sabato 7 giugno 2025

"Notte prima degli esami": Avanti tutta, perché il futuro è vostro!!!

 

C'è una canzone che ogni anno, a giugno, ritorna come un rito: "Notte prima degli esami" di Antonello Venditti. E ogni volta che la sento, ritorno anch’io a quella notte: la mia, negli anni '90. Un tempo in cui l'Esame di Stato – la "maturità" – era diverso, o forse era un incubo: tre scritti tosti, commissari esterni tutti, orale infinito si sforava il 16 luglio. Eppure quella notte era uguale a oggi: panico, sogni, speranze, quella canzone di Venditti che sembrava scritta per te. Più lungo, più complicato forse, sicuramente più rigido. sembrava un’udienza pubblica. Eppure, anche allora, come oggi, tremavamo. Quest’anno non sarò interno, in 21 anni di insegnamento ho fatto ogni anno esami, la maggior parte da interno, oggi sarò esterno al Liceo Classico. Ma l’ultimo giorno di scuola ho salutato le mie due quinte, la 5B e la 5M dicendo così: l’esame di maturità è un momento simbolico. È quel salto dove inizi a diventare responsabile di te stesso. È lì che comincia la vera filosofia: chi sei? Dove vuoi andare? Ed è sempre stato – e rimane – un rito di passaggio. Non conta tanto per la sua struttura, quanto per ciò che rappresenta: il primo momento in cui vi si chiede di essere responsabili di voi stessi, di prendere parola, di confrontarvi con la realtà. È un salto. E tutti, chi prima, chi dopo, dobbiamo farlo. Nel film "Notte prima degli esami" di Fausto Brizzi, uno dei personaggi dice: "La maturità non è un voto, è capire chi sei e dove vuoi andare." Ecco, forse è questo il cuore di tutto. Non è l'esame che vi definisce, ma il cammino che scegliete dopo. La maturità non è un momento, ma un processo. Non abbiate paura di sbagliare, ma abbiate il coraggio di cercare senso. E ricordate: maturità non è sapere tutto, è imparare a restare fedeli a sé stessi, anche quando è difficile. Ma sarebbe un errore dire che "era meglio prima" o che "ora è tutto più facile". Ma non fatevi ingannare: non esiste una “maturità facile”. Ogni generazione ha le sue salite, ha le sue fatiche, le sue incertezze.  Oggi i ragazzi affrontano un mondo che cambia ogni minuto (frammentato, veloce, instabile) e con più ansia, più pressione, meno certezze. Devono diventare grandi in un tempo che cambia troppo in fretta, dove spesso manca il tempo per pensare, per respirare. Agli studenti di oggi, voglio dire questo: non sottovalutate il valore simbolico di questo momento. È il vostro spartiacque, il vostro primo vero confronto con la responsabilità. Non abbiate paura: sbagliare, cambiare idea, inciampare fa parte del percorso. E allora: vivete questa "notte prima degli esami" con il cuore aperto, con un po’ di malinconia e tanta speranza. Vi auguro il coraggio di cercare senso, di porvi domande – quelle vere, quelle filosofiche, quelle che nessun algoritmo può risolvere. La maturità, in fondo, è saper restare fedeli a sé stessi anche quando il mondo vi chiede il contrario. In bocca al lupo, ragazzi. Il futuro non è un compito da svolgere, è una scelta da abitare. Avanti tutta, perché il futuro è vostro!!!




domenica 1 giugno 2025

Dalla scuola delle classi pollaio alla scuola come luogo dell’ascolto e del riconoscimento. Quando all’insegnante è chiesto quasi un miracolo!!!!

 

Dalla scuola delle classi pollaio alla scuola come luogo dell’ascolto e del riconoscimento. Quando all’insegnante è chiesto quasi un miracolo!!!!

 

Oggi mi sono imbattuto in un video di Umberto Galimberti (ecco il link https://www.youtube.com/watch?v=qhON9b2Z-lM) sul problema delle classi pollaio. Lo stesso filosofo, psicoanalista afferma: in una classe di 27-30 ragazzi come fai ad insegnare? Insegnare significa capire qual è il tipo di intelligenza di ciascuno. Vi invito a vederlo. Ogni ragazzo, ogni ragazza è un mondo. QUANDO CON NUMERI COSI’ ALTI CI SI RIESCE E’ UN MIRACOLO E ANCHE UNA GIOIA IMMENSA. L’educazione dovrebbe essere l’arte, paziente e umile, di avvicinarsi a quel mondo senza invaderlo, per poi farne emergere le potenzialità. Ma come può un insegnante compiere questo compito con trenta presenze di fronte? Come può vedere chi sta dietro, chi si isola, chi tace, chi urla con comportamenti ciò che non riesce a dire con le parole? Ahimè è una triste realtà!!!! Nel nostro Paese si continua ostinatamente a ignorare una verità tanto semplice quanto dirompente: non si può insegnare davvero in una classe di trenta studenti. Si può tenere l’ordine, si può somministrare nozioni, si può rincorrere programmi ministeriali redatti con l’occhio della burocrazia e non dell’educazione. USO IL TERMINE EDUCARE NEL SUO SENSO PIU’ VERO, NEL SENSO DI EDUCERE DAL LATINO PORTARE FUORI.  Lo stesso vale per la parola insegnare, nel senso etimologico più profondo del termine — lasciare un segno dentro — è un’altra cosa. E ciò che oggi chiamiamo “scuola” rischia di diventare solo il contenitore vuoto di questa illusione. Umberto Galimberti, acuto osservatore delle derive culturali della nostra società, lo ha detto chiaramente: «In una classe con 30 studenti non si può insegnare. Non è possibile seguire ogni singolo alunno, comprenderne la specificità, aiutarlo a sviluppare la propria forma interiore». Anche in un suo testo “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” che lessi anni fa lo dice chiaramente: «la scuola dovrebbe essere un luogo di educazione alla vita, non un carcere della standardizzazione» e lo ripete da anni: «Educare è un compito sacro, ma oggi gli insegnanti sono lasciati soli, ridotti a tecnici del programma, svuotati del ruolo formativo che dovrebbe appartener loro. E questo non per mancanza di volontà, ma per una struttura scolastica malata, che dimentica l’individuo in favore della massa.» Il nodo è tutto qui: non è solo questione pedagogica, ma politica. Ridurre il numero di alunni per classe a 12, massimo 15, come raccomandano ormai da anni studi pedagogici e psicologici, implicherebbe un aumento proporzionale degli insegnanti. E questo, nella logica miope del bilancio, appare un costo insostenibile. Ma ci chiediamo: quale costo paghiamo invece quando un’intera generazione cresce senza sentirsi vista, ascoltata, riconosciuta? Quando i ragazzi arrivano alla fine del ciclo scolastico con il senso che “nessuno ha mai creduto in me”? Quanto ci costa una scuola che fallisce nel suo compito essenziale? In questo quadro, l’insegnante diventa una figura logorata. Non più un maestro di vita, ma un somministratore di verifiche, un controllore d’aula, un esecutore di linee guida ministeriali spesso lontane anni luce dalla realtà umana della classe. E il paradosso è crudele: più alunni ha, più dovrebbe essere presente, ma meno riesce a esserlo. Diventa invisibile, proprio mentre dovrebbe incarnare la presenza per eccellenza. Come dice Galimberti, «quando perdiamo l’anima dell’educazione, tutto si riduce a un meccanismo. Ma l’anima dell’educazione è il dialogo, la relazione, il riconoscimento dell’altro nella sua unicità. Questo non si fa con trenta ragazzi, si fa con dodici, forse quindici.» Il problema non è solo pedagogico, è culturale. Abbiamo accettato l’idea che “funziona lo stesso”, che “i ragazzi si adattano”, che “così fan tutti”. Ma insegnare non è far funzionare un ingranaggio: è toccare vite. E per farlo serve tempo, spazio, presenza. Serve una comunità educante che crede nel valore dell’insegnamento e investe nella qualità, non nella quantità. Finché avremo classi-pollaio, continueremo ad allevare greggi e non persone. Forse dovremmo smettere di chiederci quanto costa avere più insegnanti, e iniziare a chiederci quanto ci costa non averli.





Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

SOCIO  LIBERA ASSOCIAZIONE PSICOLOGIA https://www.liberaassociazionepsicologia.com/ Psicofilosofia Vincenzo Isaia       Curriculum Scientifi...