sabato 22 gennaio 2022

Via dal pregiudizio che psicologi e consulenti psicologici siano più avvantaggiati. Nessuna chiave.

VIA DAL PREGIUDIZIO CHE PSICOLOGI E CONSULENTI PSICOLOGICI SIANO PIU' AVVANTAGGIATI DEGLI ALTRI. NESSUNA CHIAVE.

Questa volta volevo condividere con voi, una delle frasi che mi sento dire spesso, ma tanto SPESSOOOO: Fortunato tu, che conosci la filosofia che ti occupi della psicologia, della consulenza, tu hai la chiave e sei libero da qualsiasi difficoltà. AHHAHAHAHAHAH, QUESTO E' DAVVERO BELLA. Nell'immaginario di parecchia gente, lo psicologo dovrebbe come dire, visto le sue competenze e conoscenze, essere capace di risolvere da "solo" le proprie problematiche, i suoi dolori, le sue botte, ma c'è di più, c'è chi pensa che chi si occupa di queste cose DEVE ESSERE SEMPRE IN GRADO DI CAPIRE COSA FARE, COSA DIRE, COME AGIRE, ANICIPARE QUALSIASI EVENTO CRITICO SEMPRE E COMUNQUE E IN QUALSIASI CIRCOSTANZA.
Vi posso garantire che nessun psicologo, psicoterapeuta, consulente psicofilosofico o psichiatra è immune!!!!!
Anzi oggi lo psicologo è considerato come un "professionista non neutrale". Prima ancora di essere psicologo o psicoterapeuta è una persona, con i suoi dolori, le sue gioie, i suoi vissuti, le sue esperienze, , una sua storia, dei desideri ed ambizioni, dei bisogni, una vita reale, lutti, fallimenti, traguardi raggiunti, soddisfazioni e gratificazioni, un suo carattere e personalità e tutto ciò che riguarda ognuno di noi, nessuno escluso. POSSO DIRVI PERSONALMENTE CHE A SECONDO DI OGNI CIRCOSTANZA DELLA MIA VITA, io come tutti, con i miei pensieri ed emozioni mi sono mosso e comportato in determinati modi, a volte consapevolmente ed altre volte no.
SEMMAI DIREI: chi lavora quotidianamente a contatto con la sofferenza altrui, con l'essere umano, con le relazioni, ed in modo particolare chi si occupa di psicologia ANZI RISPETTO A CHI NON STUDIA QUESTE DISCIPLINE è più consapevole delle proprie debolezze, zone critiche, punti di forza e risorse al fine di poter essere effettivamente utile ed efficaci nella relazione d'aiuto, oserei dire così se mi permettete. Infatti questo percorso prevede che all'interno del percorso formativo, venga attivata una psicoterapia personale per ottenere l'abilitazione alla professione.
Occuparsi di psicologia quindi non significa AVERE LA CHIAVE DELLA SOLUZIONE RISPETTO AD ALTRI, O ESSERE PIU' AVVANTAGGIATI, dato che questa professione, infatti, "smuove" importanti pensieri ed emozioni non solo nel paziente, sul quale è incentrato il percorso psicologico, ma anche nel terapeuta. IO A VOLTE MI SENTO COME UNA SPUGNA INVASA DAL MALESSERE ALTRUI, CHE RITORNA NORMALE LENTAMENTE. Le situazioni riportate, le circostanze con i relativi vissuti, pensieri e convinzioni riferite dal proprio interlocutore possono avere ricadute notevoli sia a livello emotivo che cognitivo e comportamentale in chi lo ascolta e tenta di aiutarlo. SE NON MI IMMEDESIMO E NON EMPATIZZO NON POTREI MAI CERCARE DI CAPIRE L'ALTRO, SE IO NON SONO IL PRIMO A CONOSCERE IL FONDO COME POSSO TENTARE DI CERCARE DI CAPIRE L'ALTRO E CERCARE, DICO CERCARE DI AIUTARLO? . Se ciò avviene in modo inconsapevole il rischio per lui è quello di colludere con la sofferenza presentata, passando da una comunicazione empatica ad una identificazione globale col paziente stesso, ad esempio con la sua tristezza, depressione, rabbia, ansia o preoccupazione.
Chi si occupa di psicofilosofia, supporto e ascolto psicologico, psicoterapia e psichiatria, può, dunque, sentirsi particolarmente coinvolto emotivamente con i contenuti ed i modi presentati dal proprio paziente e rischiare di intervenire impulsivamente, in modo iperprotettivo, eccessivamente critico o ribelle.
Si tratta, quindi, di un atteggiamento etico e delicato e prettamente autentico, guai se così non fosse, nei confronti di chi si ascolta e chiede aiutoi, tenenedo conto sempre di possibili ingerenze e confusioni tra le storie personali di due persone che, in una relazione intima ed empatica, si incontrano in un campo spesso caratterizzato da disagio, dolore, confusione, crisi o sofferenza, e quindi maggior vulnerabilità reciproca, il rischi di transfert dannosi, così come aveva già capito Freud. Spero che questo mio post oserei dire da sfogo informativo possa essere utile. Psicofilosofia Vincenzo Isaia



mercoledì 19 gennaio 2022

Edward Hopper pittore e poeta custode del silenzio e della diversità.

 

Edward Hopper  pittore e poeta custode del silenzio e della diversità.

https://www.psicotypo.it/la-solitudine-nelle-opere-di-edward-hopper/


Adoro la forte capacità di questo artista di cogliere la bellezza della fermezza di chi è diverso, e in quanto diverso, ed è se stesso senza ipocrisie, è padrone della sua immobilità, della sua piacevole fermezza e stasi: tutto sembra fermo ma è ricco di vita , fateci caso. TANTI OGGI APPAIANO INVECE IN MOVIMENTO TRA SOLDI, SPRECHI, CON L'ILLUSIONE DI SCAPPARE DA SE STESSI ! La realtà è prosciugata di tutto il superfluo per dar risalto a ciò che resta: l’essenziale. Credo che questo artista possa essere definito come l’angelo custode del silenzio e un poeta, oltre che pittore, della solitudine. Attenzione, ho detto custode del silenzio e poeta del sentimento della solitudine, nel senso che è riduttivo definirlo come tanti, e soprattutto del realismo americano, l’hanno sempre e solo considerato “manifesto della solitudine come abbandono, vuoto e tristezza”. Non sono d’accordo. Anzi, soprattutto mai come stanotte, quando contemplo un suo quadro, sento pure dei suoni e una piacevole melodia attorno a me. Nel senso che provo un piacere nell’essere assalito da un senso di estraniamento, di piacevole alienazione e perché no, anche di incomprensione, la vivo spesso quotidianamente, il mio lavoro forse mi deforma e mi invita a comprendere più gli altri che me stesso, infatti per me stesso ecco che entra in gioco proprio l’arte e la musica. Ne tantomeno mi aspetto comprensione dalla maggior parte di quelle persone che può reputarmi diverso solo perchè non hanno il coraggio di vivere con autenticità e con se stessi, allora il diverso è quasi da cancellare, da escludere perchè li mette davanti allo specchio della loro meschinità. La pittura di Edward Hopper non mi rattrista ne mi inquieta. Non solo, si percepisce anche un grande messaggio. Quanta gente confonde la banalità con la semplicità? Il senso di inadeguatezza con sé stessi con la solitudine? Il frastuono come compagnia al cospetto del piacevole e delicato e confortevole silenzio? La bellezza anche dell’oblio con la noia? Quanti si immergono continuamente nella banalità del quotidiano, come dire ecco “ il nuovo ciclo dei vinti della contemporaneità”. Hopper è anche il pittore della quiete e del silenzio dei coraggiosi, di quelli che poiché diversi, vengono esclusi da tanti che si ritrovano facilmente assieme perché condividono gli stessi sporchi costumi, le stesse banalità e ideologie false, che si perde nella chiacchera, in sprechi e appiattimenti di qualsiasi valori di autenticità.

V.Isaia




 

martedì 18 gennaio 2022

La morte e il dolore non esistono, accettare la vita, Dio vuole che noi siamo migliori di lui.

 https://leganerd.com/2019/05/31/la-teoria-del-tutto/

La morte e il dolore non esistono, accettare la vita, Dio vuole che noi siamo migliori di lui.
Ieri sera ho visto il film “La teoria del tutto “ su Stephen H. Hawking, l’astrofisico che ha sempre creduto, anche se con cauto ottimismo, nel fatto che gli uomini siano sempre più vicini a scoprire le leggi ultime che regolano la natura.
Vista la sua triste condizione, ho pensato molto a che cosa è Dio o cosa potrebbe essere se davvero dovessi poter dire almeno cosa voglia da noi. Penso che Dio voglia o semmai vorrebbe che ogni sua creatura in fondo lo superasse. Nel dolore del protagonista, condannato a finire i suoi giorni nella riflessione sul tempo, qualcosa mi ha colpito, in un certo senso rinnovato, ed ho pensato a qualcosa che fino ad oggi non avevo considerato, Lo ripeto, se in fondo dovessi poter dire di conoscere il più grande desiderio di Dio allora sarebbe quello che: “ognuno d noi dovrebbe superarlo!”. Attenzione non sto affermando di NON CONSIDERARLO, O PRENDERE IL SUO POSTO, beh questo lasciamolo a ciò che è stato definito Diavolo. L'essere umano, a mio parere, sperimenta invece una vera FEDE in Dio forse proprio nel momento in cui trova voglia, forza, coraggio e accettazione della vita SOPRATTUTTO NELLE PIU' GRANDI TRAGEDIE E DOLORI,proprio quando non c'è all'apparenza neppur un solo motivo per vivere e consegnarsi a qualcosa di semplicemente e naturalmente straordinario, come la consapevolezza delle vita nella vita oltre tutto e i tutto, a tal punto che in ognuno di noi c'è un DIO, esiste Dio, è lo stesso che ha dato vita a tutto. La “teoria del tutto” tradotta in chiave prettamente esistenzialistica e filosofica, NELLA MIA UMILE VISIONE PER CARITA' ed questo il senso di quel che sto scrivendo e condividendo con voi in questo post, oltre che fisica, non è solo un fatto di scienza che ha sempre cercato di individuare un’unica teoria che possa combinare tutte le teorie esistenti e spiegare l’origine dell’universo, il suo comportamento ma con esso la nostra esistenza e il suo vero senso in rapporto ad esso.
La storia ci insegna che l’evoluzione della tecnica e le sue intuizioni hanno permesso all’uomo di raggiungere traguardi incredibili fornendo elementi sempre più sofisticati per capire l’universo. NON SOLO NELLE LEGGI DEL MONDO MA NEL COME ACCETTARLO E VIVERLO ED ESSERE FIGLI DEL MONDO E DELL'UOMO. COSI ALMENO HA TENTATO DI FARE GESU'. Infatti anche Nietzsche il quale professò la morte di Dio e salvando la figura di Gesu', di Cristo come vero maestro di vita, di amore, di accettazione della vita, di pedagogia, Ecco perchè anni fa scrissi un libro su Nietzsche perchè ho sempre creduto che c'era più un autentico messaggio di coraggio e di amore, nonché di vera forza come vorrebbe il nostro Dio, che in tante cose che a volte in materia religiosa o teologica non sono state chiare. Difficile dire in quanto tempo la mente umana potrà effettivamente arrivarci: c’è ancora tanta strada da percorrere fino alla fine dell’universo (ma esiste una fine?). Se il fine è già dato in qualcosa che crediamo di ricercare ed invece ci ha già trovato, e se LA TOTALITA' NON E' ALLA FINE NIENT'ALTRO CHE “CAPIRE CHE DIO C'E' ESISTE E CHE VUOLE CHE NOI SIAMO ANCHE MIGLIORI DI LUI”, POICHE' IN QUANTO ESSERI CORPOREI, DOBBIAMO COMINCIARE A CAPIRE LA REALE INVERSIONE DEL VERO ESSERCI: CHE NON SIAMO ESSERI MATERIALI E CORPOREI O SOLAMENTE FISICI CAPACI OGNI TANTO DI ESPERIENZE SPIRITUALI, MA VICEVERSA, SIAMO ESSERI TOTALMENTE SPIRITUALI CHE OGNI TANTO FANNO ESPERIENZE DEL CORPO, CREDENDOSI FINITI IN TUTTO, IL TUTTO INVECE VUOLE CHE L'INGANNO SIA SVELATO, CHE COME AVEVA GIA DETTO HEGEL, COSI' COME ALTRI FILOSOFI O GLI STESSI PROTAGONISTI DEL ROMANTICISMO, CHE IL FINITO E L'INFINITO COINCIDONO, COSI' COME IL NOSTRO TEMPO TERRENO O MECCANICO IN QUESTO TEMPORANEO E COSIDETTO VIVERE TERRENO E' GIA SPIRITUALITA' ASSOLUTA E PRESENZA DI DIO E DELL'ETERNITA'. Perchè tutto quello che può accogliere il non senso visto dalla falsa posizione della cosiddetta imperfezione, e la presenza costante del bene è un fatto di saper vedere come il pensiero può rivedere e rivivere tutto con occhi infiniti. SOPRATTUTTO NEL DOLORE CREDETEMI. Forse il segreto è proprio questo. Forse è questo quel Dio spesso dimenticato e tradito che vuole riemergere in noi. Forse questa la vera nostra salvezza oserei dire in questo e in quel mondo. Perchè a mio parere la morte per l'individuo che muore non è mai esistita. Infatti nessuno puo' fare esperienza della propria morte, questa la fanno solo coloro che restano in vita, perchè in fondo la morte non esiste, perchè la vita del pensiero e' una tensione infinita al culmine della guadagnata eternità.

domenica 16 gennaio 2022

Distubo ossessivo compulsivo e paura della malattia, ansia? Ipocondria?

 


https://www.guidapsicologi.it/domande/ipocondria-e-disturbo-ossessivo-compulsivo
 
DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO E PAURA DELLA MALATTIA, ANSIA? IPOCONDRIA O C'E' ALTRO? COME SUPERARLO MA IN REALTA' CHE COSA STIAMO DICENDO?
Parlando con un'amica, oggi ne approfitto per chiarire il disturbo pocondriaco rispetto al disturbo d'ansia ossessivo compulsivo. Aspetti che si danno la mano. Magari la lettura potrà favorire la rassicurazione di questa cara amica.
Per diagnosticare correttamente l’ipocondria è necessario differenziarla da altri disturbi affini. In molte condizioni, ad esempio nel triste periodo del COVID, si può effettivamente manifestare uno status d'ansia-allerta nei confronti del benessere proprio e dei propri cari, soprattutto se figli.
. Tuttavia se quest’ansia è sproporzionata rispetto alla gravità reale e presente in senso concreto di una cosidetta malattia e non si limita nella sola occasione di un sintomo della stessa, esempio oggi ho febbre e forte mal di testa, e si insinua come ciò che possibilmente potrebbe accadere, beh allora si parla di : disturbo d’ansia per la salute ossessivo compulsivo. E' vero che il DSM sembra oggi separare l'ansia dalle ossessioni ma non è così.
Nel Disturbo da sintomi somatici sussiste una sintomatologia fisica concreta e ben individuabile nel paziente, mentre nel Disturbo d’ansia da malattia i sintomi sono minimi ed è la preoccupazione del paziente ad essere rilevante.
In altri disturbi d’ansia, quali ansia generalizzata e attacchi di panico, O DI CRONICIZZAZIONE RASSICURATIVA DEL PROBLEMA INTRUSIVO, CIOE' DI QUESTA MIA FALSA CREDENZA, QUINDI NE PARLO SEMPRE CON UN'AMICA O CON LA GENTE PER RICEVERE RASSICURAZIONE E SEDARE (RINFORZO NEGATIVO) IL MIO BISOGNO (PAURA) DI VOLER E POTER CONTROLLAR E GESTIRE TUTTTO, COSA CHE SAPPIAMO BENE E' POSSIBILE SOLO AD UN DIO E NON AD UN ESSERE UMANO. Infatti: e preoccupazioni sono generali o legate strettamente a ciò che scatena l’attacco, ma poichè si associa la paura del possibile, allora si genera il disturbo d’ansia come voler preservare i miei figli a costo di essere come un Dio che tutto puo' e sa.
Nel Disturbo ossessivo-compulsivo i pensieri possono riguardare la salute, ma risultano intrusivi e riguardano il timore di contrarre una malattia futura, mentre l’ansia da malattia riguarda la situazione presente. Inoltre nell’ipocondria non si riscontrano ossessioni e compulsioni. INVECE DALLE PAROLE DI QUESTA MIA AMICA SEMBRA DI SI.
Anche nel Disturbo depressivo maggiore possono essere presenti preoccupazioni circa il proprio stato di salute o l’insorgenza di malattie, tuttavia tali pensieri sono legati agli episodi depressivi e mancano della continuità tipica del disturbo ipocondriaco. È possibile diagnosticare entrambi i disturbi nel caso tale continuità sia invece presente.
Ora, la persona è consapevole che la malattia che teme non è presente, e proietta e produce le INTRUSIONI COGNITIVE, OVVERO le idee sono esagerate e bizzarre, mentre nell’ipocondria non si sviluppano credenze estremamente distorte.
QUALE LA SOLUZIONE? Premetto che in certi casi io sono contrario all'utizzo di farmaci. Mi spiego meglio.
Finora le terapie sul Disturbo Ossessivo-Compulsivo (D.O.C.) non hanno avuto un soddisfacente successo perché miravano alla sintomatologia superficiale.
Non servono consigli, forme di rassicurazioni, contrasto alle sue convinzioni, stop del pensiero, desensibilizzazione dell’ ansia, questo appunto è il TRANELLO, seda momentaneamente come una droga occasionale.
Il sintomo serve a mantenere desta l’attenzione. E’ estremamente efficace a creare evitamento perche, per paura di perdere il controllo, fa immaginare le peggiori conseguenze.
QUINDI: le sorgenti dell’ ansia sono altrove, nella storia passata del paziente. NE CONSEGUE CHE: la cura deve perseguire seguendo due percorsi: la costruzione di una mappa che va dai sintomi alla ricerca dei motivi profondi, che portano alla costruzione delle regole di comportamento ossessivo, e l’intervento riparativo.
La regola che mantiene questo disturbo, dicevo oggi a questa mia amica, in soli 15 minuti di ascolto delle sue parole è la ricerca di perfezionismo (‘altrimenti succede qualcosa di terribile: il discredito del mio prestigio personale e familiare. Sarebbe terribile. Questo non deve mai accadere’).
Ma è realmente in pericolo il suo prestigio personale e sociale?
No, quella è solo una sua convinzione che alimenta l’ ansia.
Non è in pericolo il suo prestigio perché è una persona abile, capace e intelligente. Quindi non c’è alcun reale pericolo.
Però ha delle insicurezze di fondo e dei ricordi che vanno a stimolare le memorie emozionali della caduta sociale.
Qual è allora un ricordo che spinge e sollecita al perfezionismo?
Quando è accaduto e come lo ha registrato?
E se nella sua storia, suppongo, la regola di non ‘essere debole era un comandamento che governava la sua vita, ad esempio con la sua famiglia d'origine?
Devo essere perfetta?. Devo stare attenta? a non lasciar trapelare qualche mia insicurezza, altrimenti succede qualcosa di veramente brutto’? In passato le insicurezze provocavano le ire ad esempio di sua madre? ORA E' LEI MADRE E QUINDI?
Con il crescere dell’età e delle responsabilità, il ‘posto sicuro’ non è oggi più efficace.? Ora non con le sue responsabilità non può scappare per rifugiarsi nel suo posto sicuro(casa e studio FALSE CERTEZZE E ABITUDINI????) .
L’ossessione in questi casi puo' essere risolta con la rimozione della regola di base: “ non posso mostrarmi debole”, attraverso le procedure di visualizzazione REALE DEI PENISERI, RICORDI ED EMOZIONI.
Queste visualizzazioni hanno comportato un positivo senso di auto-accettazione e una presa di coscienza che non è una persona debole, ma un uomo realmente intelligente e capace, abile e che se non si adegua lei alla VERA REALTA' DEL VIVERE E' QUESTO FORSE LA COSE PEGGIORE CHE PUO' INVOLONTARIAMENTE PORTARE AI SUOI FIGLI E I SUOI CARI.
Staremo a vedere. Cara amica e cari amici spero che anche questo post possa essere utile. Psicofilosofia Vincenzo Isaia

sabato 15 gennaio 2022

Che differenza c'è tra "agire" e "reagire"?

 https://scuolainterazionista.it/wp-content/uploads/2018/10/2015-1-2_000_Scienzedellinterazione_completa.pdf

Che differenza c'è tra "agire" e "reagire"? Vediamo di dirla in breve con una consulenza affrontata spesso che ha raggiunto il suo culmine ieri mattina con G. 47 anni. Come posso “non reagire” di fronte ad una provocazione?
La domanda che spesso mi rivolge nei suoi incontri G è: a senso far finta di niente o soprassedere? Non sarebbe bene dire sempre ciò che penso e come la penso'? e come evitare reazioni delle quali potrei pentirmi? PREMETTO CHE CERTO UNA PERSONA DEVE ESSERE LIBERA DI ESPRIMERE I SUOI PENSIERI E LE SUE IDEE, MA ATTENZIONE ALLA PAROLA "LIBERTA'", IN QUESTO CASO DIGNIFICA: DEVI DIRE CIO' CHE PENSI E SENTIRTI LIBERO DI ESPRIMERE LE TUE IDEE, MA E' IL MODO CON CUI LO FACCIAMO CHE POTREBBE COMPROMETTERE TUTTO!!! Vi ricordo sempre una differenza spesso non considerata tra cio' che è bene e ciò che è utile. Un consiglio è quello sempre del rispecchiamento, faccio un esempio: SE IO MI TROVASSI AL POSTO DELLA PERSONA A CUI STO SPIATTELLANDO IN FACCIA E IN MODO DURO E CRUENTO IL MIO DISSENSO, ECCO SE QUESTA PERSONA LO FACESSE CON ME, USANDO LE SUE STESSE PAROLE, ATTEGGIAMENTI MI PIACEREBBE? Penso proprio di no. MA DALLE PAROLE DI G si evince un altro problema quello del confondere il dialogo e il confronto con l'offesa, il pregiudizio, un litigio. E perchè spesso anziche rimediare inneschiamo questi meccanismi? proprio perchè non siamo abituati a riflettere sulla differenza tra "agire" e "reagire".
A volte capita di rimanere come incastrat* nello scorrere degli eventi, e di non riuscire a far nulla per modificarli e dare loro la direzione che vuoi. Puoi allora reagire, dando peso alle emozioni temporanee che stai provando e direzionando al meglio la situazione. Anche se non te ne rendi conto, quando le tue mosse sono pura reazione, è come se fossi ‘vittima dell’altro’, vittima della situazione. Senza volere, potresti dar modo all’altra persona o al contesto di influenzare le tue scelte in modo non sempre positivo. Le tue reazioni possono essere frutto di situazioni e di processi già accaduti e che si ripresentano quando avviene una situazione simile a quella che hai vissuto precedentemente.
Spesso può sembrarti di agire, mentre in realtà stai soltanto reagendo: un evento, una situazione, una parola ti innesca una reazione forte, e si attiva una risposta automatica. Provi rabbia, allora urli. Qualcuno ti provoca, allora rispondi energicamente. Qualcuno ti ferisce, rispondi con la stessa arma.
Il rischio in questi casi è che la tua reazione non comunichi quello che vorresti. Che le tue ragioni rimangano nascoste in quell’emozione forte che stai provando. L’altra persona vede solo la tua reazione, e non riesci ad esprimere con precisione tutto quello che senti. Puoi rischiare di non essere più una persona che agisce, ma che sia l’evento o la situazione a controllare te.
Al contrario, l’agire è legato alla consapevolezza, e alla tua decisione riguardo a quanto ti sta accadendo. Agire vuol dire comportarti in autonomia, liberandoti dagli schemi prefissati. Quando agisci, puoi riuscire a svincolarti da una serie di pensieri instaurati precedentemente, che possono farti sentire rigid* nell’agire. Quando agisci, hai la libertà di esprimerti, e di essere protagonista della tua vita.
Spesso quando reagiamo, tendiamo a vedere delle conseguenze più immediate ai nostri comportamenti. Non ci soffermiamo troppo a pensare quello che stiamo per fare, e quella determinata reazione ci viene spontanea, ci è familiare e un po’ ci protegge. E questa può essere una delle motivazioni e tentazioni principali che inducono a reagire, invece che a reagire..
Agire è come fare una piccola pausa: non ci facciamo controllare dalla nostra reazione, ma prendiamo la nostra iniziativa, diventando agent* e responsabil* della nostra azione. Siamo noi a prendere l’iniziativa, non stiamo solo rispondendo a una richiesta, ad una provocazione. Siamo noi a decidere cosa vogliamo comunicare, cosa vogliamo esprimere di noi.
A volte non avere una reazione immediata può sembrare “fare la vittima”: ma pensa che ti stai piuttosto dando il tempo per la tua azione, quella che rispecchia meglio la nostra personalità. Agire (e non reagire) non significa non far niente. Significa prendere il proprio tempo e scegliere la tua azione, non solo la tua reazione. Psicofilosofia Vincenzo Isaia








Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

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