giovedì 20 novembre 2025

Quando evitare diventa una trappola: il potere dell’esposizione e della ristrutturazione di Vincenzo Isaia

 

Quando evitare diventa una trappola: il potere dell’esposizione e della ristrutturazione

di Vincenzo Isaia – Psicologia e Filosofia

"Le soluzioni diventano problemi quando, pur smettendo di funzionare, continuiamo ad applicarle per paura di cambiare."
Giorgio Nardone

Spesso, evitare ciò che ci spaventa sembra una scelta sensata. In effetti, evitare può proteggerci da esperienze spiacevoli, almeno nell’immediato. Ma quando l’evitamento diventa uno schema abituale, qualcosa cambia: iniziamo a vivere in funzione di ciò che temiamo, non più in funzione di ciò che desideriamo. È così che nasce la trappola psicologica.

Il meccanismo dell’evitamento

Pensiamo a Maria, una donna di 35 anni che, dopo un attacco di panico in metropolitana, ha iniziato a evitare i mezzi pubblici. All’inizio sembrava una scelta “intelligente”: in auto si sentiva più sicura. Ma con il tempo, la paura si è estesa: ha iniziato a evitare anche i supermercati, le file, le strade trafficate. Ogni evitamento le confermava inconsciamente: “Non ce la farei mai ad affrontare quella situazione.”

Ecco il punto: evitare rafforza la paura. Più evitiamo, più ci convinciamo di non essere capaci. È come se la mente dicesse: “Se scappi, significa che è davvero pericoloso.” Così si chiude il cerchio del disturbo.

Esporsi per liberarsi

La teoria dell’esposizione propone un cambio di rotta: affrontare ciò che si teme, in modo graduale ma sistematico. In terapia, Maria ha iniziato con piccole sfide: 5 minuti in metropolitana, accompagnata. Poi da sola. Poi 10 minuti. E così via.

La mente ha iniziato a registrare qualcosa di nuovo: “Sono entrata. Ho avuto ansia. Ma non è successo nulla.” Ogni esposizione è un’esperienza correttiva. È un allenamento al coraggio.

Cambiare il modo di pensare: la ristrutturazione

Ma esporsi non basta se dentro di noi continua


la voce che ci dice “Non ce la farai”. Qui entra in gioco la ristrutturazione cognitiva: cambiare il modo in cui interpretiamo l’esperienza. Non serve dirsi frasi motivazionali vuote. Serve cambiare logica.

Ad esempio, Maria pensava: “Se ho ansia in pubblico, tutti mi giudicheranno.”
Abbiamo lavorato su una nuova visione: “Tutti provano ansia, ma pochi ne parlano. E se mi tremano le mani? Pazienza. Passerà.”

Non è solo un pensiero diverso. È un modo diverso di stare al mondo.

Conclusione: il coraggio del cambiamento

Esporsi e ristrutturare: due strumenti potenti, ma anche profondamente umani. Non sono tecniche fredde, sono atti di consapevolezza e trasformazione. Ci aiutano a scardinare le abitudini mentali che ci limitano e a riprenderci la libertà di agire, sentire, scegliere.

Come direbbe Nardone, la vera cura non è evitare la sofferenza, ma imparare a passarci attraverso senza esserne distrutti.

mercoledì 19 novembre 2025

Amare non è possedere, non è fondersi. È vedere l’altro per ciò che è, senza volerlo cambiare.

 

Riflettevo su quanto spesso la gente ha tanta ma tanta confusione sul concetto di amore. Ieri mi trovavo a Mondello e non ho potuto fare a meno di ascoltare la conversazione che avevano alcune donne con i loro rispettivi compagni, insomma in qualche modo questa cosa mi ha fatto riflettere su degli aspetti che vorrei condividere. La prima cosa che spesso molti erroneamente pensano è che: devo trovare qualcuno che mi completi. In realtà è quando smetti di cercare qualcuno che ti completi, quando capisci che basti a te stesso che puoi essere pronto per amare qualcuno, e non per bisogno. Vi posso dire che io mi sforzo da sempre con amici, a scuola, nel confronto psicologico, di far capire che tutti parlano d’amore ma lo confondono con il bisogno, o con la dipendenza. Molti di noi vivono relazioni intense ma fragili, costruite su aspettative, paure e ferite non guarite.  Perché amare davvero significa prima di tutto imparare a stare con sé stessi, senza più confondere il bisogno d’amore con l’amore stesso.  Abbiamo sempre pensato che l’opposto dell’amore è l’odio, invece è la paura. La paura di esporsi, di perdere il controllo, di non essere ricambiati o di non bastare. Ed è qui che arriva il veleno, quante coppie conosciamo e vediamo che nessuno riconosce la libertà altrui? Molti pensano che la libertà va data, parola abominevole, perché semmai la libertà si riconosce. Altra bufala velenosa, quando mi sento dire cerco la persona perfetta? Ma per favore siamo tra umani e meravigliosamente imperfetti. Quando spiego Platone o anche altri filosofi cerco di far capire che un altro errore è quello di sentirsi dire: se si ama qualcuno veramente sarà eterno, ma smettiamola. L’amore non è una gabbia dorata, né una garanzia di continuità. È il coraggio di guardare l’altro così com’è, senza tentare di modificarlo per i nostri bisogni. È lo spazio in cui due persone si incontrano nella loro interezza, non per fondersi, ma per espandersi. Nel linguaggio psicologico, potremmo dire che l’amore è una relazione tra due soggetti che si scelgono liberamente, senza annullarsi. Nella prospettiva filosofica, è un esercizio radicale di alterità, di apertura all’altro come irriducibile. Per questo, amare davvero è anche accettare che l’altro possa andarseneChi ama nel senso profondo, ama senza catene. Chi ha bisogno di possedere, non ama: protegge il proprio vuoto. L’amore non ci dà sicurezza. Ci dà qualcosa di molto più raro: ci dà verità e necessità di libertà, perche “solo chi è libero può amare. E solo chi ama, è davvero libero.” È da questa paura che nasce il bisogno di costruire relazioni “sicure”, cercando l’altro ideale, la persona perfetta, priva di imperfezioni, di conflitti, di ombre. Ma una relazione fondata sull’ideale è una relazione immaginaria. Non incontra l’altro, lo sostituisce con un’immagine. Ma chi cerca la persona perfetta, non sta cercando un altro essere umano. Sta cercando un’illusione rassicurante, una proiezione idealizzata che protegga dal rischio di amare davvero. In questa ottica, l’amore autentico non è il luogo della stabilità, ma della trasformazione profonda. Non è possesso, ma esposizione. Non è simmetria, ma incontro. E come ogni incontro autentico, comporta una rinuncia: quella al controllo. Non temiamo l’amore perché è raro. Lo temiamo perché è reale. E il reale, per chi vuole restare al sicuro, è sempre un po’ pericoloso. E un’altra distinzione fondamentale: quella tra amore e desiderio. Il desiderio nasce dalla mancanza: è bisogno, tensione verso un oggetto che si vuole ottenere. L’amore, invece, nasce dalla pienezza: è traboccamento, condivisione, presenza. Il desiderio vuole l’altro per completarsi.

L’amore lo riconosce come già intero. desiderare un’altra persona non significa non amare quella che si ha accanto. Il desiderio, nella sua dimensione biologica o mentale, può essere molteplice, instabile, temporaneo. L’amore, invece, è radicato in una dimensione più profonda, esistenziale. La mente può desiderare il nuovo, il diverso, l’eccitante. Ma ciò non invalida l’amore, se questo è fondato sulla libertà, sulla fiducia, sull’accettazione.

In una visione matura, il desiderio può esistere senza tradire, e l’amore può includere il riconoscimento dei propri moti interiori senza reprimerli. Non tutto ciò che ci attrae minaccia ciò che ci lega. E non tutto ciò che ci lega deve diventare prigione. Il desiderio è movimento. L’amore è presenza. Chi ama davvero, non pretende di essere l’unico oggetto del desiderio dell’altro. Pretende solo una cosa: autenticità. E in questo, come in tutto ciò che riguarda l’amore, il vero nemico non è l’altro. È la paura. La paura di essere abbandonati, di non essere abbastanza, di perdere. Ma ciò che può essere perduto con tanta facilità, forse non era mai stato davvero amore. Psicologicamente, potremmo dire che il desiderio muove dall’io, dai suoi vuoti, mentre l’amore autentico nasce quando l’io è disposto a decentrarsi per entrare in relazione. È per questo che l’amore, se vissuto pienamente, è rivoluzionario: non ci offre sicurezza, ma verità. Non ci consola, ma ci sveglia. E forse, più che temere di non trovare l’amore, temiamo che l’amore ci trovi davvero. Perché da quel momento, non possiamo più restare uguali a prima. Amare, allora, non è possedere, non è sacrificarsi, non è fondersi. È vedere l’altro per ciò che è, senza volerlo cambiare. Non si attacca, ma accoglie. Non soffoca, ma lascia spazio.




 



venerdì 7 novembre 2025

Il giudizio facile e la paura di osare (il coraggio che non si ha).

 

Il giudizio facile e la paura di osare (il coraggio che non si ha)

Pubblico questo articolo che nasce dalla lettura di alcuni testi di Crepet che mi hanno aperto orizzonti nuovi.

“Ci vuole più coraggio per osare che per criticare.”
(Vincenzo Isaia).

C'è un vizio sottile, diffuso, silenzioso ma velenoso: giudicare chi si è fatto da solo. Chi ha sudato per ogni piccolo traguardo, chi si è svegliato presto e ha dormito poco, chi si è rialzato con le ginocchia sbucciate e la schiena spezzata dalla stanchezza. Ma l’apparenza, si sa, è più comoda della verità. E allora si inventano storie: “Ha avuto fortuna”, “Qualcuno l’ha aiutato”, “È uno di quelli che la vita non ha mai messo alla prova”.

Crepet direbbe che questo è un modo per giustificare il proprio fallimento personale. Perché chi non ha avuto il coraggio di rischiare, di sbagliare, di osare, spesso trova rifugio nella critica. Così si auto-assolve. Perché è molto più facile dire “Non ci sono riuscito perché la vita è ingiusta” che ammettere: “Non ci ho provato abbastanza”.

“C’è chi cammina e c’è chi guarda. I primi inciampano, cadono, ma vanno avanti. I secondi stanno fermi, e intanto giudicano.” (Paolo Crepet)

In psicologia, tutto questo si chiama dissonanza cognitiva (Festinger): un conflitto interno tra ciò che si desidera e ciò che si è, tra ciò che si ammira e ciò che si è scelto di non diventare. E per placare questo conflitto, si attacca chi rappresenta esattamente ciò che si teme di non poter essere. La verità è che il sorriso di chi ce l’ha fatta spesso è il frutto di anni di tempesta, non di giornate soleggiate. Chi giudica questo sorriso come leggerezza, non riesce a tollerare che si possa essere sereni nonostante il dolore, e non senza averlo mai conosciuto. Ma attenzione: chi ha sofferto vede. Non parla, magari non risponde, ma riconosce subito quello sguardo. Perché c’è un momento, sempre, in cui le maschere cadono. Ed è lì che la persona che giudicava cambia sguardo: un misto di vergogna e ammirazione. Come a dire: “Adesso ho capito, ma non lo dirò mai”. E invece bisognerebbe dirlo. Bisognerebbe imparare ad onorare la fatica altrui, non disprezzarla. A dire: “Hai avuto coraggio, io no. Ma posso ancora provarci”. Perché come dice Crepet, non è mai troppo tardi per vivere con dignità, ma è sempre troppo comodo morire di scuse.

“L’invidia è l’elogio mascherato di chi non ha avuto le palle di provarci.”
(Paolo Crepet – Libertà)

Smettiamo di accusare gli altri per non aver avuto il coraggio di vivere fino in fondo. Il mondo ha già troppi spettatori. Abbiamo bisogno di persone che osano, che cadono, che piangono, ma che almeno vivono davvero. Dietro il giudizio, spesso, si nasconde una forma di difesa psicologica: una strategia inconscia per proteggersi da una verità dolorosa. Freud chiamava questo meccanismo proiezione: si attribuiscono agli altri quelle parti di sé che non si vogliono riconoscere. In questo caso, la mancanza di coraggio, l’invidia, il rimpianto per scelte non fatte o per sogni abbandonati vengono proiettati su chi ce l’ha fatta. Chi ha lottato per conquistare i propri obiettivi sa bene quanto dolore, sacrificio, cadute e solitudine ci siano dietro un sorriso. Il filosofo Nietzsche scriveva che “ciò che non ci uccide ci rende più forti”, ma questa forza spesso si nasconde dietro una calma che gli altri non comprendono. E allora, per non confrontarsi con la propria paura di fallire o di esporsi, qualcuno preferisce pensare che chi è sereno lo sia perché ha avuto una vita facile.

È un modo per non dover dire a sé stessi: “Avrei potuto provarci anch’io, ma non l’ho fatto”. E questo pensiero, se accolto con sincerità, potrebbe cambiare una vita. Ma è difficile. Più facile, invece, è criticare chi ha osato, perché il successo degli altri risveglia il confronto con la propria rinuncia. Ma le persone non sono cieche. Chi è stato ferito, chi ha dovuto ricostruirsi, impara a vedere oltre le parole. Al momento opportuno, quando il velo del giudizio cade, gli sguardi cambiano. Ed è proprio in quei momenti che chi giudicava tace, magari per la prima volta si sente visto per ciò che è realmente, e comprende che quel sorriso tanto disprezzato non era superficialità, ma resilienza – come la definiva Boris Cyrulnik: la capacità di trasformare il dolore in forza creativa. Non si tratta di vendetta, né di superbia. Ma della consapevolezza che il cammino faticoso rende profondi, e chi ha attraversato il buio non ha bisogno di dimostrare niente. Sa solo riconoscere chi non ha avuto il coraggio di rischiare, e comprende – senza giudicare – che a volte, dietro l’arroganza, c’è solo paura di vivere davvero.




 

Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

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