venerdì 7 novembre 2025

Il giudizio facile e la paura di osare (il coraggio che non si ha).

 

Il giudizio facile e la paura di osare (il coraggio che non si ha)

Pubblico questo articolo che nasce dalla lettura di alcuni testi di Crepet che mi hanno aperto orizzonti nuovi.

“Ci vuole più coraggio per osare che per criticare.”
(Vincenzo Isaia).

C'è un vizio sottile, diffuso, silenzioso ma velenoso: giudicare chi si è fatto da solo. Chi ha sudato per ogni piccolo traguardo, chi si è svegliato presto e ha dormito poco, chi si è rialzato con le ginocchia sbucciate e la schiena spezzata dalla stanchezza. Ma l’apparenza, si sa, è più comoda della verità. E allora si inventano storie: “Ha avuto fortuna”, “Qualcuno l’ha aiutato”, “È uno di quelli che la vita non ha mai messo alla prova”.

Crepet direbbe che questo è un modo per giustificare il proprio fallimento personale. Perché chi non ha avuto il coraggio di rischiare, di sbagliare, di osare, spesso trova rifugio nella critica. Così si auto-assolve. Perché è molto più facile dire “Non ci sono riuscito perché la vita è ingiusta” che ammettere: “Non ci ho provato abbastanza”.

“C’è chi cammina e c’è chi guarda. I primi inciampano, cadono, ma vanno avanti. I secondi stanno fermi, e intanto giudicano.” (Paolo Crepet)

In psicologia, tutto questo si chiama dissonanza cognitiva (Festinger): un conflitto interno tra ciò che si desidera e ciò che si è, tra ciò che si ammira e ciò che si è scelto di non diventare. E per placare questo conflitto, si attacca chi rappresenta esattamente ciò che si teme di non poter essere. La verità è che il sorriso di chi ce l’ha fatta spesso è il frutto di anni di tempesta, non di giornate soleggiate. Chi giudica questo sorriso come leggerezza, non riesce a tollerare che si possa essere sereni nonostante il dolore, e non senza averlo mai conosciuto. Ma attenzione: chi ha sofferto vede. Non parla, magari non risponde, ma riconosce subito quello sguardo. Perché c’è un momento, sempre, in cui le maschere cadono. Ed è lì che la persona che giudicava cambia sguardo: un misto di vergogna e ammirazione. Come a dire: “Adesso ho capito, ma non lo dirò mai”. E invece bisognerebbe dirlo. Bisognerebbe imparare ad onorare la fatica altrui, non disprezzarla. A dire: “Hai avuto coraggio, io no. Ma posso ancora provarci”. Perché come dice Crepet, non è mai troppo tardi per vivere con dignità, ma è sempre troppo comodo morire di scuse.

“L’invidia è l’elogio mascherato di chi non ha avuto le palle di provarci.”
(Paolo Crepet – Libertà)

Smettiamo di accusare gli altri per non aver avuto il coraggio di vivere fino in fondo. Il mondo ha già troppi spettatori. Abbiamo bisogno di persone che osano, che cadono, che piangono, ma che almeno vivono davvero. Dietro il giudizio, spesso, si nasconde una forma di difesa psicologica: una strategia inconscia per proteggersi da una verità dolorosa. Freud chiamava questo meccanismo proiezione: si attribuiscono agli altri quelle parti di sé che non si vogliono riconoscere. In questo caso, la mancanza di coraggio, l’invidia, il rimpianto per scelte non fatte o per sogni abbandonati vengono proiettati su chi ce l’ha fatta. Chi ha lottato per conquistare i propri obiettivi sa bene quanto dolore, sacrificio, cadute e solitudine ci siano dietro un sorriso. Il filosofo Nietzsche scriveva che “ciò che non ci uccide ci rende più forti”, ma questa forza spesso si nasconde dietro una calma che gli altri non comprendono. E allora, per non confrontarsi con la propria paura di fallire o di esporsi, qualcuno preferisce pensare che chi è sereno lo sia perché ha avuto una vita facile.

È un modo per non dover dire a sé stessi: “Avrei potuto provarci anch’io, ma non l’ho fatto”. E questo pensiero, se accolto con sincerità, potrebbe cambiare una vita. Ma è difficile. Più facile, invece, è criticare chi ha osato, perché il successo degli altri risveglia il confronto con la propria rinuncia. Ma le persone non sono cieche. Chi è stato ferito, chi ha dovuto ricostruirsi, impara a vedere oltre le parole. Al momento opportuno, quando il velo del giudizio cade, gli sguardi cambiano. Ed è proprio in quei momenti che chi giudicava tace, magari per la prima volta si sente visto per ciò che è realmente, e comprende che quel sorriso tanto disprezzato non era superficialità, ma resilienza – come la definiva Boris Cyrulnik: la capacità di trasformare il dolore in forza creativa. Non si tratta di vendetta, né di superbia. Ma della consapevolezza che il cammino faticoso rende profondi, e chi ha attraversato il buio non ha bisogno di dimostrare niente. Sa solo riconoscere chi non ha avuto il coraggio di rischiare, e comprende – senza giudicare – che a volte, dietro l’arroganza, c’è solo paura di vivere davvero.




 

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Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

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