Il giudizio
facile e la paura di osare (il coraggio che non si ha)
Pubblico
questo articolo che nasce dalla lettura di alcuni testi di Crepet che mi hanno
aperto orizzonti nuovi.
“Ci vuole più coraggio per osare che per
criticare.”
(Vincenzo Isaia).
C'è un vizio
sottile, diffuso, silenzioso ma velenoso: giudicare chi si è fatto da solo. Chi
ha sudato per ogni piccolo traguardo, chi si è svegliato presto e ha dormito
poco, chi si è rialzato con le ginocchia sbucciate e la schiena spezzata dalla
stanchezza. Ma l’apparenza, si sa, è più comoda della verità. E allora si
inventano storie: “Ha avuto fortuna”, “Qualcuno l’ha aiutato”, “È uno di quelli
che la vita non ha mai messo alla prova”.
Crepet direbbe
che questo è un modo per giustificare il proprio fallimento personale.
Perché chi non ha avuto il coraggio di rischiare, di sbagliare, di osare,
spesso trova rifugio nella critica. Così si auto-assolve. Perché è molto
più facile dire “Non ci sono riuscito perché la vita è ingiusta” che ammettere:
“Non ci ho provato abbastanza”.
“C’è chi cammina e c’è chi guarda. I primi
inciampano, cadono, ma vanno avanti. I secondi stanno fermi, e intanto
giudicano.” (Paolo Crepet)
In psicologia,
tutto questo si chiama dissonanza cognitiva (Festinger): un conflitto
interno tra ciò che si desidera e ciò che si è, tra ciò che si ammira e ciò che
si è scelto di non diventare. E per placare questo conflitto, si attacca chi
rappresenta esattamente ciò che si teme di non poter essere. La verità è che il
sorriso di chi ce l’ha fatta spesso è il frutto di anni di tempesta, non di
giornate soleggiate. Chi giudica questo sorriso come leggerezza, non riesce a
tollerare che si possa essere sereni nonostante il dolore, e non senza
averlo mai conosciuto. Ma attenzione: chi ha sofferto vede. Non parla,
magari non risponde, ma riconosce subito quello sguardo. Perché c’è un
momento, sempre, in cui le maschere cadono. Ed è lì che la persona che
giudicava cambia sguardo: un misto di vergogna e ammirazione. Come a dire:
“Adesso ho capito, ma non lo dirò mai”. E invece bisognerebbe dirlo.
Bisognerebbe imparare ad onorare la fatica altrui, non disprezzarla. A
dire: “Hai avuto coraggio, io no. Ma posso ancora provarci”. Perché come dice
Crepet, non è mai troppo tardi per vivere con dignità, ma è sempre troppo
comodo morire di scuse.
“L’invidia è l’elogio mascherato di chi non ha
avuto le palle di provarci.”
(Paolo Crepet – Libertà)
Smettiamo di
accusare gli altri per non aver avuto il coraggio di vivere fino in fondo. Il
mondo ha già troppi spettatori. Abbiamo bisogno di persone che osano, che
cadono, che piangono, ma che almeno vivono davvero. Dietro il giudizio,
spesso, si nasconde una forma di difesa psicologica: una strategia
inconscia per proteggersi da una verità dolorosa. Freud chiamava questo
meccanismo proiezione: si attribuiscono agli altri quelle parti di sé
che non si vogliono riconoscere. In questo caso, la mancanza di coraggio,
l’invidia, il rimpianto per scelte non fatte o per sogni abbandonati vengono
proiettati su chi ce l’ha fatta. Chi ha lottato per conquistare i propri
obiettivi sa bene quanto dolore, sacrificio, cadute e solitudine ci siano
dietro un sorriso. Il filosofo Nietzsche scriveva che “ciò che non ci uccide
ci rende più forti”, ma questa forza spesso si nasconde dietro una calma
che gli altri non comprendono. E allora, per non confrontarsi con la propria
paura di fallire o di esporsi, qualcuno preferisce pensare che chi è sereno lo
sia perché ha avuto una vita facile.
È un modo per
non dover dire a sé stessi: “Avrei potuto provarci anch’io, ma non l’ho
fatto”. E questo pensiero, se accolto con sincerità, potrebbe cambiare una
vita. Ma è difficile. Più facile, invece, è criticare chi ha osato, perché il
successo degli altri risveglia il confronto con la propria rinuncia. Ma le
persone non sono cieche. Chi è stato ferito, chi ha dovuto ricostruirsi, impara
a vedere oltre le parole. Al momento opportuno, quando il velo del giudizio
cade, gli sguardi cambiano. Ed è proprio in quei momenti che chi giudicava
tace, magari per la prima volta si sente visto per ciò che è realmente, e
comprende che quel sorriso tanto disprezzato non era superficialità, ma resilienza
– come la definiva Boris Cyrulnik: la capacità di trasformare il dolore in
forza creativa. Non si tratta di vendetta, né di superbia. Ma della
consapevolezza che il cammino faticoso rende profondi, e chi ha attraversato il
buio non ha bisogno di dimostrare niente. Sa solo riconoscere chi non ha avuto
il coraggio di rischiare, e comprende – senza giudicare – che a volte, dietro
l’arroganza, c’è solo paura di vivere davvero.

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