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della lettura dell'articolo si invita a leggere da questi link
http://www.psychiatryonline.it/node/4459
https://www.filosofiamedica.it/scuola-psicologia-psicoterapia-filosofica-integrale-tradizionale/la-psicoterapia-filosofica-lunica-prassi-ristabilire-la-salute-dellanima/
La psicoterapia filosofica, l’unica prassi per ristabilire la salute
dell’anima
La salute dell’anima ha un
carattere metafisico e ontologico, per attuarla è necessario
compiere un’ascesi virtuosa e sapienziale, dunque solo l’approccio filosofico
può restituire l’anima alla sua attività normale e beata, al suo ufficio
religioso teofanico, altre vie che escludono la conoscenza metafisica sono
limitate e illusorie. La catabasi ha prodotto ben due gradi di oblio, l’anima
nel corpo è priva di noesis–gnosis, dell’attività contemplativa-conoscitiva diretta
dell’Essere Intelligibile e della natura della Divinità in Se Stessa, inoltre è
priva anche della scienza razionale inerente l’essere vero.
In prima istanza si è prodotta l’alterità psichica,
in seconda istanza l’alterità somatica, all’ignoranza noetica ed ontologica è
subentrata l’ignoranza razionale e psicologica, l’effetto finale a cui l’anima
è soggetta è un’ignoranza radicale, che sostanzia direttamente la costituzione
dell’ego somatico ed empirico, la cui consistenza è del tutto fantasmatica ed
effimera, semplice accidente determinato delle condizioni del corpo. L’ego a
cui si riferisce l’uomo comune ha la consistenza di un’ombra sensibile, come
ombre sono le percezioni sensibili e le figure corporee, sonno profondo è
l’esperienza titanica delle cose, alienazione completa dall’essere e dalla
realtà, oblio del vero.
La soluzione dell’anima dalla soggezione alla
natura titanica, corporea, costituisce il primo grado di salute, la quale può
essere ottenuta con la psicoterapia filosofica,
la “fuga dal corpo”, alla quale segue l’assimilazione dell’anima all’intelletto
e a Dio. La fuga dal corpo costituisce il primo grado di psicoterapia, di cura
dell’anima, mentre il secondo grado è costituito dalla “fuga dal mondo”, dalla
soluzione della soggezione all’alterazione psichica, alla coscienza immaginale
e riflessa.
La psicoterapia ha la sua conclusione nella
riattualizzazione della noesis originaria
e della contemplazione-visione beatifica iperurania, nella quale consistono il
riposo e la quiete dell’anima, accolta nel cuore dell’Essere Divino Eterno.
La vera salute-salvezza della
psyche-anima, consistente nella sua estinzione reintegrativa
nell’intelletto, è il fine del Secondo Livello
della Scuola di Filosofia Medica Tradizionale Integrale, mentre
la realizzazione degli stati sovraindividuali e compiutamente universali
dell’Essere, viene perseguita nel Terzo Livello di insegnamento, quando il
discente accede alla realizzazione dell’iniziazione divina e dei Grandi
Misteri. Solo nel caso dell’ascenso agli stati universali dell’Essere è
possibile trascendere la polarità sovrapsichica intelletto-Dio, nell’unità
principiale dell’Uno, fino a svelare infine l’Identità Suprema.
La Scuola di Psicologia e
Psicoterapia Filosofica è una sezione della S.P.M.P. ed è
dedicata alla psyches therapeia, relativa ai due primi stadi dell’ascesi
filosofica, che portano fino alla divinizzazione dell’anima individuale
attraverso la disciplina delle virtù ordinate alla sapienza intellettiva e
iperurania, nella quale si fruisce la beatitudine eterna.
Questo scopo è conforme alla costituzione
originaria della filosofia in Pitagora, il quale ordinò la disciplina per
liberare l’anima dalla prigione del corpo e farla risalire attraverso i cieli
alla sua dimora olimpica originaria; ciò equivale al superamento del dominio
dell’Anima del Mondo e alla liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti,
relato alla trasmigrazione, in virtù della theosis e della
palingenesi. Akolouthein to theo, “seguire il
Dio”, e Epou theo, “segui Dio”, costituisco dei moniti
essenziali della via filosofico-terapeutica, l’unica via che restituisce
l’anima all’attività pura della mens–nous e perciò risolve la sua dementia-anoia. Solo il sapiens-sophos è
dunque psichicamente sano, egli è il solo che ha ricostituito in atto
nell’anima la mens-nous, egli ha praticato
la theras–peia, perciò ha
rimosso l’elemento contrario, il teras, ciò che è
difforme, alieno, rispetto all’essenza dell’anima e alla sua attività normale.
Il sapiente ha separato l’anima dall’elemento corporeo-titanico e poi dal mondo
sensibile inferiore, così si è costituito noeticamente secondo la sua forma
divina, liberandosi da ignoranza, errore e malia e dunque anche da mania.
Ottenuta la virtù della sua essenza, la sapienza, la quale per l’anima
costituisce la sua salute perfetta, il sapiente si stabilisce nella beatitudine
incorruttibile.
Nella Repubblica Platone
definisce il sapiente come colui che possiede il sapere vero, certo, inerrante,
esente da errore, grazie a questo sapere egli possiede anche la perfetta
attività di tutte le facoltà dell’anima, perciò anche tutte le virtù inerenti.
Fermo nella perfezione della prudenza e della giustizia, il sapiente è
moralmente impassibile, perciò gode già nella vita presente di una beatitudine
relativamente incorruttibile, la quale avrà risoluzione nella beatitudine
eterna e trascendente, quando egli lascerà definitivamente il corpo e il mondo.
Libero da ogni errore il sapiente non è soggetto a giudizi errati, perciò non
patisce alcuna passione, né va soggetto ad alcuna sofferenza, dunque egli è
sempre felice.
Il sapiente costituisce il modello normativo della
salute psichica completa, dell’anima integrata spiritualmente,
perciò perfettamente sana. La personalità del sapiente costituisce un
esempio immutabile, il criterio di misura della condotta psico-morale retta e
giusta, perciò egli costituisce anche il fine esemplare della terapia
filosofica. Prima di raggiungere la virtù della ragione, l’anima non può essere
sana, il non saggio, specie se non pratica filosofia, è continuamente soggetto
a pathos-passio, e dunque è psicopatico, specie perché in
lui non c’è attività della mens, perciò
patisce amentia, mania, follia. L’insipiente non può essere
felice, né normale, perché solo la terapeutica filosofica permette di
raggiungere la virtù e la sapienza, cioè l’unica vera salute psichica e
mentale, dunque felici ed integri sono solo coloro che vivono secondo la vera
scienza[1].
Allo stesso modo solo il sapiente può essere vero
terapeuta, coloro che sono ancora soggetti a psicopatologie come l’ ignoranza,
l’errore, il falso giudizio, la passione, il vizio, non sono in grado di curare
veramente nessun altro. L’insipiente, nel migliore dei casi, ha solo una
conoscenza dottrinale della prassi psicoterapeutica autentica e perciò non può
condurre nessuno nella via che guarisce dal vero male psichico, l’anoia, che da ignoranza e mania. Il virtuoso possiede
il potere e l’autorità che gli permettono la psicagogia e lo sviluppo
dell’anabasi, solo esso può trattare la causa da cui tutte le alterazioni
psichiche, irrazionali e somatiche, derivano.
Chi tratta l’anima deve condurla a vivere secondo
la sua natura, perciò deve permetterle di praticare l’igiene psichica salutare,
quindi l’anima deve essere convertita alla vita filosofica virtuosa, altrimenti
nessuna cura e nessuna risoluzione della sofferenza psichica sarà mai
possibile. Ma l’ignoranza e la superbia caratterizzano molti sedicenti
“terapeuti”, i quali presumono di possedere tutte le virtù principali e persino
la sapienza, ma in realtà trascinano le anime nei loro errori e nelle conseguenze
che ne derivano. Se l’anima non espelle tutti gli errori che in essa sono
presenti e non estingue la radice da cui provengono, l’ignoranza, causata a sua
volta dalla soggezione alla natura titanica, nulla in essa può essere sanato.
Ma le false psicoterapie si svolgono nell’ambito dell’illusione-alienazione e
le loro dinamiche favoriscono la soggezione dell’anima alla determinazione
titanico-somatica.
L’insipiente la cui anima non ha alcun orientamento
filosofico autentico è un “demente”, un alienato, un brotos, un malato che non ha alcuna speranza di uscire
dallo stato di pena e sofferenza in cui si trova, né tantomeno può
improvvisarsi terapeuta e ingannare altre povere anime, trascinandole nella
stessa dimensione dell’illusione e della malignità perpetua in cui esso
si trova. L’azione curativa deve sottomettere interamente l’epithymia, la facoltà concupiscibile, al loghistikon, perché la facoltà razionale deve dominare
in tutto il corpo, fino a che il dominio razionale non sarà costituito, l’anima
sarà soggetta a varie forme di pathemata, patologie
psichiche, dalle quali derivano continui nosemata al
corpo, morbi corruttivi. Con l’incarnazione l’anima patisce il corpo, ad esso
sottomette la sua ragione e le facoltà razionali, nulla potrà restituirla al
suo stato normale se non si sottrae completamente dalla soggezione
agli accidenti del corpo e alla corruttibilità della vita sensibile.
La soggezione all’arbitrio delle facoltà
irrazionali come quella concupiscente e quella arditiva è pathema, la misura razionale di queste facoltà
costituisce invece la base della salute psichica, una salute che l’anima
otterrà solamente quando sarà completamente separata dal corpo e dalla natura
titanica. Diceva Epicuro: “Vuoto è il discorso di quel filosofo che non cura (therapeutai) le passioni (pathemata)
dell’uomo. Come infatti non c’è alcun vantaggio dalla medicina che non cura le
malattie del corpo, così nemmeno dalla filosofia [e dalla psicologia] che non
caccia le passioni dall’anima”.
Dunque è vana la psicoterapia che non rende l’anima
virtuosa, ma non ci può essere virtù senza la scienza del vero essere
dell’anima e del suo bene, però questi elementi mancano completamente nelle
psicologie profane, moderne e postmoderne, dunque le psicoterapie che procedono
da esse sono vane e ingannevoli. Inoltre, la salute psichica non può essere
data da altri, perché è compito dell’anima stessa, dunque alla cura animi l’uomo deve dedicarsi da se stesso,
sebbene sotto la guida psicagogica di un’autorità filosofica, di un saggio o di
un sapiente: “…ci dobbiamo sforzare con tutti i mezzi, con tutte le nostre
energie, per poterci curare da noi stessi (nobis mederi)”.
Dunque chi non pratica da sé la filosofia non
può raggiungere la vera salute dell’anima, inoltre fino a quando l’anima non
raggiungerà almeno un primo grado di autarchia relativa non potrà essere
considerata priva di soggezione a passione e dunque priva di psicopatologie. Si
deve ricordare poi che il dominio autarchico del corpo, di tutta la vita
corporea e dei suoi accidenti, costituisce solo un piccolo passo lungo la via
della salute psichica, perciò deve essere considerato solo come una tappa funzionale
alla completa separazione dell’anima dal corpo, una separazione che, a sua
volta, è necessaria affinché l’anima possa risalire alla regione iperurania,
grazie alla prassi contemplativa di carattere anagogico-anabasico, che
risolve gli effetti della catagogia catabasica, il cui prodotto è
costituito dall’incarnazione.
La “patria” dell’anima è olimpica, la sua
condizione di piena salute si realizza quando l’anima si riunisce
all’intelletto trascendente, sua quiete, suo essere, suo fine. Fino a che
l’anima non riposa estinta nell’intelletto non avrà pace e non godrà della
quiete olimpica, che è il termine a cui tutti i suoi atti, coscienti o
incoscienti tendono. Liberata dal corpo, l’anima può finalmente dedicarsi alla
realizzazione dell’unione attraverso la contemplazione che, di cielo in
cielo, di luce in luce, di scienza in scienza, la conforma a Lui, fino a
risolversi in Lui, trasfigurata divinamente nella visio intellectvalis,
costituente la divina beatitvdo.
Il cuore della prassi psicoterapeutica è anamnesis, rammemorazione anagogica, ricordo iniziatico
che consente la risalita. Il ri-cordo restituisce l’anima al suo cuore
essenziale, al suo centro, al suo principio, che è intelletto, presenza di Dio
in essa, sua vera sostanza ontologica permanente. Risalire i cieli riflessi
delle scienze psichiche o cosmiche equivale risalire i riflessi, le
determinazioni razionali della scienza intellettiva, divina e unitaria.
Risalire i cieli equivale a risolvere l’alterità della coscienza riflessa,
l’attività immaginale e rappresentativa della determinazione simbolica
prodotta dalla ragione. Risalire oltre il cielo equivale invece a superare il
dominio della analogia, della somiglianze, dell’enigma porta l’animo a superare
la cosmicità, la temporalità, il ciclo di nascita e morte fino all’unione col
modello divino fondamentale, col sintema, con il Dio.
L’anamnesi è disciplina che porta al cuore
dell’Essere e permette di attingere a mnemosyne, con
l’anamnesi l’anima oltrepassa tutti i velami di lethe,
per giungere ad aletheia, all’alethes nous, l’Intelletto Vero, nudo senza veli, al
nudo essere Apollo. Chi attinge a mnenosyne è
“divenuto perfetto, perché completamente iniziato ai perfetti misteri”, dunque
chi ha “ricordato” l’Essere è giunto al termine del risanamento dell’anima,
eliminando da essa ogni suo oblio, perciò può contemplare il Bello
Intelligibile in Se Stesso.
L’apatheia divina
è lo stato finale che l’anima deve raggiungere, questa è la sua vera hyghieia, con l’attingimento di sophia si ottiene la liberazione dalla natura
titanica e dalla prigionia nella caverna del mondo, l’anima divinizzata dalla
sapienza condivide lo statuto degli Dei, già nella vita presente al corpo, una
vita che grazie alla divinizzazione viene completamente trasfigurata. Lo stato
divino è lo stato che l’anima possedeva prima di entrare nel mondo, quando
preesisteva nell’intelletto e, a fortiori, prima di essere associata al
corpo, questo stato dell’anima, isotheos, sarà
conservato anche quando, compiuto il theon bios, avverrà
l’ultima e definitiva purificazione dalla carne e dal mondo, attraverso la
quale l’anima si stabilirà nella regione olimpica iperurania, dove fruirà della
beatitudine eterna incorruttibile, completamente separata dalla materia.