Psicologia e Studi sociali
Prof. Vincenzo Isaia
Docente di filosofia e Psicologo
STUDI UNIVERSITARI
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Riferimenti normativi per la diffusione dell’articolo in materia di ed. civica, orientamento scolastico e didattico formativo: Art. 21 Cost.; L. 633/1941; Codice Deontologico Psicologi Italiani; D.Lgs. 297/1994; L. 107/2015; L. 92/2019; Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (ratificata con L. 176/1991) Riconosce agli adulti il dovere di promuovere sviluppo emotivo, autonomia e capacità di autodeterminazione. Legge 285/1997 – Disposizioni per la promozione dei diritti e delle opportunità per l’infanzia e l’adolescenza Supporta progetti e interventi rivolti alla crescita psicoeducativa. Regolamento UE 2016/679 (GDPR) e D.Lgs. 196/2003 aggiornato.
In questi giorni tra incontri scolastici di settore e soprattutto perché chi mi conosce sa che sono interessato da sempre a questi argomenti, e perché tra orientamento e in qualche modo filosofia o Ed. civica in classe ne sto parlando con gli allievi (naturalmente in modo adeguato loro per età e classe ed obiettivi), condivido questa riflessione. Partiamo da un fatto che molti adulti fingono di ignorare: la corteccia prefrontale degli adolescenti non è ancora finita. È come se avessero un’auto potentissima ma senza freni. E noi cosa facciamo? Invece di insegnare a usarli quei freni, glieli togliamo del tutto, proteggendoli da tutto, come se vivere fosse un pericolo da evitare. Poi ci chiediamo perché esplodono impulsività, bullismo, narcisismo fragile, incapacità di reggere un “no”. Ma di cosa ci stupiamo? Abbiamo educato una generazione a non sopportare la frustrazione. Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, lo urla da anni, a modo suo, e ha ragione su una cosa: se continuiamo a crescere figli senza spine dorsali emotive, avremo adulti incapaci di gestire la vita reale. L’autostima non c'entra niente con il “volersi bene a tutti i costi”. Quella roba è cosmetica psicologica. La vera autostima nasce quando ti sporchi le mani, quando soffri, quando ti crolla qualcosa addosso e scopri che puoi rialzarti. Ma questo non piace né ai genitori iperprotettivi né ai ragazzi abituati al comfort. Preferiscono le scorciatoie motivazionali: “Segui i tuoi sogni”, “Ascolta le tue emozioni”, “Accetta le tue vibrazioni”. Sì, certo, bellissimo. Ma prima impara a reggerle, le tue emozioni. Prima impara che non tutto ciò che senti è sacro. Prima impara che la tua emotività, se non la conosci, ti comanda. E qui torniamo alla corteccia prefrontale. Se quella zona non è ancora matura, significa che i ragazzi devono essere educati, non alimentati a zuccheri emotivi. Significa che dobbiamo insegnare loro la regolazione, non la lamentela. Il limite, non il capriccio. La responsabilità, non il vittimismo. Daniel Goleman lo diceva chiaramente: “L’intelligenza emotiva non nasce spontaneamente: si impara.” Ma per impararla bisogna sentire fatica. Bisogna sbagliare. Bisogna cadere. E soprattutto: bisogna che i genitori si tolgano di mezzo quando devono. Perché oggi c’è un problema enorme, gigante, spesso taciuto: famiglie che non educano, ma sostituiscono i figli. Fanno al posto loro, parlano al posto loro, litigano al posto loro. E poi si indignano perché a 17 anni non reggono una frustrazione o reagiscono con violenza. Non è colpa degli adolescenti. È colpa di un sistema educativo che preferisce la comodità alla crescita, la protezione alla forza interiore. E allora lo dico senza zucchero: si cresce attraverso il dolore, non scansandolo. Si diventa adulti affrontando la paura, non nascondendola. Si sviluppa autostima conquistando competenze, non raccogliendo applausi. Vogliamo davvero prevenire narcisismo, bullismo, mancanza di empatia? Allora smettiamola di dire ai ragazzi che “va tutto bene così”. Non va bene così. Va bene quando imparano a gestirsi. Va bene quando scoprono che le emozioni non sono un lasciapassare. Va bene quando capiscono che la vita non è una seduta di psicologia “light”. Serve più coraggio, meno protezione. Più verità, meno consolazione. Più educazione emotiva, meno lamentele. Le cose che valgono davvero non si offrono da sole: chiedono impegno, coraggio, e a volte anche un po’ di fatica interiore. La banalità è sempre a portata di mano, ma la crescita no: quella va conquistata. Dire a dei ragazzi vi voglio bene è anche un rischio, penserebbero lui non si potrà mai indisporre con noi. Il docente non è papà o mamma non è un amico, semmai può essere affiliativo. Gli adolescenti non hanno ancora strumenti per rispondere adeguatamente sul piano emotivo ma questo non significa che noi non dobbiamo insegnare loro sentimenti ed emozioni perché si apprendono. E cosa più importante a non avere paura del conflitto ma a renderlo funzionale. Nel mio modo di vedere, il compito di un insegnante non è appianare ogni difficoltà, né diventare “uno di loro”. Essere affiliativi non significa porsi alla pari, ma creare un legame che accompagni senza annullare le differenze di ruolo. Il vero lavoro è fornire strumenti, non scorciatoie: aiutare a riconoscere i conflitti, attraversarli e trasformarli; sostenere la maturità emotiva, la consapevolezza e l’onestà verso sé stessi prima ancora che verso gli altri. Educare significa proprio questo: offrire ciò che serve per affrontare la complessità della vita, non per evitarla. Perché ciò che è bello e autentico, alla fine, nasce sempre da un cammino che abbiamo avuto il coraggio di fare. Il resto sono favole. E gli adolescenti, di favole, ne hanno già ascoltate fin troppe.













