lunedì 1 dicembre 2025

“Adolescenti senza freni: educazione emotiva, responsabilità e il ruolo degli adulti”

 

Psicologia e Studi sociali

Prof. Vincenzo Isaia

Docente di filosofia e Psicologo 

STUDI UNIVERSITARI

 “Adolescenti senza freni: educazione emotiva, responsabilità e il ruolo degli adulti”

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Riferimenti normativi per la diffusione dell’articolo in materia di ed. civica, orientamento scolastico e didattico formativo: Art. 21 Cost.; L. 633/1941; Codice Deontologico Psicologi Italiani; D.Lgs. 297/1994; L. 107/2015; L. 92/2019; Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (ratificata con L. 176/1991) Riconosce agli adulti il dovere di promuovere sviluppo emotivo, autonomia e capacità di autodeterminazione. Legge 285/1997 – Disposizioni per la promozione dei diritti e delle opportunità per l’infanzia e l’adolescenza Supporta progetti e interventi rivolti alla crescita psicoeducativa. Regolamento UE 2016/679 (GDPR) e D.Lgs. 196/2003 aggiornato.

In questi giorni tra incontri scolastici di settore e soprattutto perché chi mi conosce sa che sono interessato da sempre a questi argomenti, e perché tra orientamento e in qualche modo filosofia o Ed. civica in classe ne sto parlando con gli allievi (naturalmente in modo adeguato loro per età e classe ed obiettivi), condivido questa riflessione. Partiamo da un fatto che molti adulti fingono di ignorare: la corteccia prefrontale degli adolescenti non è ancora finita. È come se avessero un’auto potentissima ma senza freni. E noi cosa facciamo? Invece di insegnare a usarli quei freni, glieli togliamo del tutto, proteggendoli da tutto, come se vivere fosse un pericolo da evitare. Poi ci chiediamo perché esplodono impulsività, bullismo, narcisismo fragile, incapacità di reggere un “no”. Ma di cosa ci stupiamo? Abbiamo educato una generazione a non sopportare la frustrazione. Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, lo urla da anni, a modo suo, e ha ragione su una cosa: se continuiamo a crescere figli senza spine dorsali emotive, avremo adulti incapaci di gestire la vita reale. L’autostima non c'entra niente con il “volersi bene a tutti i costi”. Quella roba è cosmetica psicologica. La vera autostima nasce quando ti sporchi le mani, quando soffri, quando ti crolla qualcosa addosso e scopri che puoi rialzarti. Ma questo non piace né ai genitori iperprotettivi né ai ragazzi abituati al comfort. Preferiscono le scorciatoie motivazionali: “Segui i tuoi sogni”, “Ascolta le tue emozioni”, “Accetta le tue vibrazioni”. Sì, certo, bellissimo. Ma prima impara a reggerle, le tue emozioni. Prima impara che non tutto ciò che senti è sacro. Prima impara che la tua emotività, se non la conosci, ti comanda. E qui torniamo alla corteccia prefrontale. Se quella zona non è ancora matura, significa che i ragazzi devono essere educati, non alimentati a zuccheri emotivi. Significa che dobbiamo insegnare loro la regolazione, non la lamentela. Il limite, non il capriccio. La responsabilità, non il vittimismo. Daniel Goleman lo diceva chiaramente: “L’intelligenza emotiva non nasce spontaneamente: si impara.” Ma per impararla bisogna sentire fatica. Bisogna sbagliare. Bisogna cadere. E soprattutto: bisogna che i genitori si tolgano di mezzo quando devono. Perché oggi c’è un problema enorme, gigante, spesso taciuto: famiglie che non educano, ma sostituiscono i figli. Fanno al posto loro, parlano al posto loro, litigano al posto loro. E poi si indignano perché a 17 anni non reggono una frustrazione o reagiscono con violenza. Non è colpa degli adolescenti. È colpa di un sistema educativo che preferisce la comodità alla crescita, la protezione alla forza interiore. E allora lo dico senza zucchero: si cresce attraverso il dolore, non scansandolo. Si diventa adulti affrontando la paura, non nascondendola. Si sviluppa autostima conquistando competenze, non raccogliendo applausi. Vogliamo davvero prevenire narcisismo, bullismo, mancanza di empatia? Allora smettiamola di dire ai ragazzi che “va tutto bene così”. Non va bene così. Va bene quando imparano a gestirsi. Va bene quando scoprono che le emozioni non sono un lasciapassare. Va bene quando capiscono che la vita non è una seduta di psicologia “light”. Serve più coraggio, meno protezione. Più verità, meno consolazione. Più educazione emotiva, meno lamentele. Le cose che valgono davvero non si offrono da sole: chiedono impegno, coraggio, e a volte anche un po’ di fatica interiore. La banalità è sempre a portata di mano, ma la crescita no: quella va conquistata. Dire a dei ragazzi vi voglio bene è anche un rischio, penserebbero lui non si potrà mai indisporre con noi. Il docente non è papà o mamma non è un amico, semmai può essere affiliativo. Gli adolescenti non hanno ancora strumenti per rispondere adeguatamente sul piano emotivo ma questo non significa che noi non dobbiamo insegnare loro sentimenti ed emozioni perché si apprendono. E cosa più importante a non avere paura del conflitto ma a renderlo funzionale.  Nel mio modo di vedere, il compito di un insegnante non è appianare ogni difficoltà, né diventare “uno di loro”. Essere affiliativi non significa porsi alla pari, ma creare un legame che accompagni senza annullare le differenze di ruolo. Il vero lavoro è fornire strumenti, non scorciatoie: aiutare a riconoscere i conflitti, attraversarli e trasformarli; sostenere la maturità emotiva, la consapevolezza e l’onestà verso sé stessi prima ancora che verso gli altri. Educare significa proprio questo: offrire ciò che serve per affrontare la complessità della vita, non per evitarla. Perché ciò che è bello e autentico, alla fine, nasce sempre da un cammino che abbiamo avuto il coraggio di fare. Il resto sono favole. E gli adolescenti, di favole, ne hanno già ascoltate fin troppe.




 

giovedì 20 novembre 2025

Quando evitare diventa una trappola: il potere dell’esposizione e della ristrutturazione di Vincenzo Isaia

 

Quando evitare diventa una trappola: il potere dell’esposizione e della ristrutturazione

di Vincenzo Isaia – Psicologia e Filosofia

"Le soluzioni diventano problemi quando, pur smettendo di funzionare, continuiamo ad applicarle per paura di cambiare."
Giorgio Nardone

Spesso, evitare ciò che ci spaventa sembra una scelta sensata. In effetti, evitare può proteggerci da esperienze spiacevoli, almeno nell’immediato. Ma quando l’evitamento diventa uno schema abituale, qualcosa cambia: iniziamo a vivere in funzione di ciò che temiamo, non più in funzione di ciò che desideriamo. È così che nasce la trappola psicologica.

Il meccanismo dell’evitamento

Pensiamo a Maria, una donna di 35 anni che, dopo un attacco di panico in metropolitana, ha iniziato a evitare i mezzi pubblici. All’inizio sembrava una scelta “intelligente”: in auto si sentiva più sicura. Ma con il tempo, la paura si è estesa: ha iniziato a evitare anche i supermercati, le file, le strade trafficate. Ogni evitamento le confermava inconsciamente: “Non ce la farei mai ad affrontare quella situazione.”

Ecco il punto: evitare rafforza la paura. Più evitiamo, più ci convinciamo di non essere capaci. È come se la mente dicesse: “Se scappi, significa che è davvero pericoloso.” Così si chiude il cerchio del disturbo.

Esporsi per liberarsi

La teoria dell’esposizione propone un cambio di rotta: affrontare ciò che si teme, in modo graduale ma sistematico. In terapia, Maria ha iniziato con piccole sfide: 5 minuti in metropolitana, accompagnata. Poi da sola. Poi 10 minuti. E così via.

La mente ha iniziato a registrare qualcosa di nuovo: “Sono entrata. Ho avuto ansia. Ma non è successo nulla.” Ogni esposizione è un’esperienza correttiva. È un allenamento al coraggio.

Cambiare il modo di pensare: la ristrutturazione

Ma esporsi non basta se dentro di noi continua


la voce che ci dice “Non ce la farai”. Qui entra in gioco la ristrutturazione cognitiva: cambiare il modo in cui interpretiamo l’esperienza. Non serve dirsi frasi motivazionali vuote. Serve cambiare logica.

Ad esempio, Maria pensava: “Se ho ansia in pubblico, tutti mi giudicheranno.”
Abbiamo lavorato su una nuova visione: “Tutti provano ansia, ma pochi ne parlano. E se mi tremano le mani? Pazienza. Passerà.”

Non è solo un pensiero diverso. È un modo diverso di stare al mondo.

Conclusione: il coraggio del cambiamento

Esporsi e ristrutturare: due strumenti potenti, ma anche profondamente umani. Non sono tecniche fredde, sono atti di consapevolezza e trasformazione. Ci aiutano a scardinare le abitudini mentali che ci limitano e a riprenderci la libertà di agire, sentire, scegliere.

Come direbbe Nardone, la vera cura non è evitare la sofferenza, ma imparare a passarci attraverso senza esserne distrutti.

mercoledì 19 novembre 2025

Amare non è possedere, non è fondersi. È vedere l’altro per ciò che è, senza volerlo cambiare.

 

Riflettevo su quanto spesso la gente ha tanta ma tanta confusione sul concetto di amore. Ieri mi trovavo a Mondello e non ho potuto fare a meno di ascoltare la conversazione che avevano alcune donne con i loro rispettivi compagni, insomma in qualche modo questa cosa mi ha fatto riflettere su degli aspetti che vorrei condividere. La prima cosa che spesso molti erroneamente pensano è che: devo trovare qualcuno che mi completi. In realtà è quando smetti di cercare qualcuno che ti completi, quando capisci che basti a te stesso che puoi essere pronto per amare qualcuno, e non per bisogno. Vi posso dire che io mi sforzo da sempre con amici, a scuola, nel confronto psicologico, di far capire che tutti parlano d’amore ma lo confondono con il bisogno, o con la dipendenza. Molti di noi vivono relazioni intense ma fragili, costruite su aspettative, paure e ferite non guarite.  Perché amare davvero significa prima di tutto imparare a stare con sé stessi, senza più confondere il bisogno d’amore con l’amore stesso.  Abbiamo sempre pensato che l’opposto dell’amore è l’odio, invece è la paura. La paura di esporsi, di perdere il controllo, di non essere ricambiati o di non bastare. Ed è qui che arriva il veleno, quante coppie conosciamo e vediamo che nessuno riconosce la libertà altrui? Molti pensano che la libertà va data, parola abominevole, perché semmai la libertà si riconosce. Altra bufala velenosa, quando mi sento dire cerco la persona perfetta? Ma per favore siamo tra umani e meravigliosamente imperfetti. Quando spiego Platone o anche altri filosofi cerco di far capire che un altro errore è quello di sentirsi dire: se si ama qualcuno veramente sarà eterno, ma smettiamola. L’amore non è una gabbia dorata, né una garanzia di continuità. È il coraggio di guardare l’altro così com’è, senza tentare di modificarlo per i nostri bisogni. È lo spazio in cui due persone si incontrano nella loro interezza, non per fondersi, ma per espandersi. Nel linguaggio psicologico, potremmo dire che l’amore è una relazione tra due soggetti che si scelgono liberamente, senza annullarsi. Nella prospettiva filosofica, è un esercizio radicale di alterità, di apertura all’altro come irriducibile. Per questo, amare davvero è anche accettare che l’altro possa andarseneChi ama nel senso profondo, ama senza catene. Chi ha bisogno di possedere, non ama: protegge il proprio vuoto. L’amore non ci dà sicurezza. Ci dà qualcosa di molto più raro: ci dà verità e necessità di libertà, perche “solo chi è libero può amare. E solo chi ama, è davvero libero.” È da questa paura che nasce il bisogno di costruire relazioni “sicure”, cercando l’altro ideale, la persona perfetta, priva di imperfezioni, di conflitti, di ombre. Ma una relazione fondata sull’ideale è una relazione immaginaria. Non incontra l’altro, lo sostituisce con un’immagine. Ma chi cerca la persona perfetta, non sta cercando un altro essere umano. Sta cercando un’illusione rassicurante, una proiezione idealizzata che protegga dal rischio di amare davvero. In questa ottica, l’amore autentico non è il luogo della stabilità, ma della trasformazione profonda. Non è possesso, ma esposizione. Non è simmetria, ma incontro. E come ogni incontro autentico, comporta una rinuncia: quella al controllo. Non temiamo l’amore perché è raro. Lo temiamo perché è reale. E il reale, per chi vuole restare al sicuro, è sempre un po’ pericoloso. E un’altra distinzione fondamentale: quella tra amore e desiderio. Il desiderio nasce dalla mancanza: è bisogno, tensione verso un oggetto che si vuole ottenere. L’amore, invece, nasce dalla pienezza: è traboccamento, condivisione, presenza. Il desiderio vuole l’altro per completarsi.

L’amore lo riconosce come già intero. desiderare un’altra persona non significa non amare quella che si ha accanto. Il desiderio, nella sua dimensione biologica o mentale, può essere molteplice, instabile, temporaneo. L’amore, invece, è radicato in una dimensione più profonda, esistenziale. La mente può desiderare il nuovo, il diverso, l’eccitante. Ma ciò non invalida l’amore, se questo è fondato sulla libertà, sulla fiducia, sull’accettazione.

In una visione matura, il desiderio può esistere senza tradire, e l’amore può includere il riconoscimento dei propri moti interiori senza reprimerli. Non tutto ciò che ci attrae minaccia ciò che ci lega. E non tutto ciò che ci lega deve diventare prigione. Il desiderio è movimento. L’amore è presenza. Chi ama davvero, non pretende di essere l’unico oggetto del desiderio dell’altro. Pretende solo una cosa: autenticità. E in questo, come in tutto ciò che riguarda l’amore, il vero nemico non è l’altro. È la paura. La paura di essere abbandonati, di non essere abbastanza, di perdere. Ma ciò che può essere perduto con tanta facilità, forse non era mai stato davvero amore. Psicologicamente, potremmo dire che il desiderio muove dall’io, dai suoi vuoti, mentre l’amore autentico nasce quando l’io è disposto a decentrarsi per entrare in relazione. È per questo che l’amore, se vissuto pienamente, è rivoluzionario: non ci offre sicurezza, ma verità. Non ci consola, ma ci sveglia. E forse, più che temere di non trovare l’amore, temiamo che l’amore ci trovi davvero. Perché da quel momento, non possiamo più restare uguali a prima. Amare, allora, non è possedere, non è sacrificarsi, non è fondersi. È vedere l’altro per ciò che è, senza volerlo cambiare. Non si attacca, ma accoglie. Non soffoca, ma lascia spazio.




 



venerdì 7 novembre 2025

Il giudizio facile e la paura di osare (il coraggio che non si ha).

 

Il giudizio facile e la paura di osare (il coraggio che non si ha)

Pubblico questo articolo che nasce dalla lettura di alcuni testi di Crepet che mi hanno aperto orizzonti nuovi.

“Ci vuole più coraggio per osare che per criticare.”
(Vincenzo Isaia).

C'è un vizio sottile, diffuso, silenzioso ma velenoso: giudicare chi si è fatto da solo. Chi ha sudato per ogni piccolo traguardo, chi si è svegliato presto e ha dormito poco, chi si è rialzato con le ginocchia sbucciate e la schiena spezzata dalla stanchezza. Ma l’apparenza, si sa, è più comoda della verità. E allora si inventano storie: “Ha avuto fortuna”, “Qualcuno l’ha aiutato”, “È uno di quelli che la vita non ha mai messo alla prova”.

Crepet direbbe che questo è un modo per giustificare il proprio fallimento personale. Perché chi non ha avuto il coraggio di rischiare, di sbagliare, di osare, spesso trova rifugio nella critica. Così si auto-assolve. Perché è molto più facile dire “Non ci sono riuscito perché la vita è ingiusta” che ammettere: “Non ci ho provato abbastanza”.

“C’è chi cammina e c’è chi guarda. I primi inciampano, cadono, ma vanno avanti. I secondi stanno fermi, e intanto giudicano.” (Paolo Crepet)

In psicologia, tutto questo si chiama dissonanza cognitiva (Festinger): un conflitto interno tra ciò che si desidera e ciò che si è, tra ciò che si ammira e ciò che si è scelto di non diventare. E per placare questo conflitto, si attacca chi rappresenta esattamente ciò che si teme di non poter essere. La verità è che il sorriso di chi ce l’ha fatta spesso è il frutto di anni di tempesta, non di giornate soleggiate. Chi giudica questo sorriso come leggerezza, non riesce a tollerare che si possa essere sereni nonostante il dolore, e non senza averlo mai conosciuto. Ma attenzione: chi ha sofferto vede. Non parla, magari non risponde, ma riconosce subito quello sguardo. Perché c’è un momento, sempre, in cui le maschere cadono. Ed è lì che la persona che giudicava cambia sguardo: un misto di vergogna e ammirazione. Come a dire: “Adesso ho capito, ma non lo dirò mai”. E invece bisognerebbe dirlo. Bisognerebbe imparare ad onorare la fatica altrui, non disprezzarla. A dire: “Hai avuto coraggio, io no. Ma posso ancora provarci”. Perché come dice Crepet, non è mai troppo tardi per vivere con dignità, ma è sempre troppo comodo morire di scuse.

“L’invidia è l’elogio mascherato di chi non ha avuto le palle di provarci.”
(Paolo Crepet – Libertà)

Smettiamo di accusare gli altri per non aver avuto il coraggio di vivere fino in fondo. Il mondo ha già troppi spettatori. Abbiamo bisogno di persone che osano, che cadono, che piangono, ma che almeno vivono davvero. Dietro il giudizio, spesso, si nasconde una forma di difesa psicologica: una strategia inconscia per proteggersi da una verità dolorosa. Freud chiamava questo meccanismo proiezione: si attribuiscono agli altri quelle parti di sé che non si vogliono riconoscere. In questo caso, la mancanza di coraggio, l’invidia, il rimpianto per scelte non fatte o per sogni abbandonati vengono proiettati su chi ce l’ha fatta. Chi ha lottato per conquistare i propri obiettivi sa bene quanto dolore, sacrificio, cadute e solitudine ci siano dietro un sorriso. Il filosofo Nietzsche scriveva che “ciò che non ci uccide ci rende più forti”, ma questa forza spesso si nasconde dietro una calma che gli altri non comprendono. E allora, per non confrontarsi con la propria paura di fallire o di esporsi, qualcuno preferisce pensare che chi è sereno lo sia perché ha avuto una vita facile.

È un modo per non dover dire a sé stessi: “Avrei potuto provarci anch’io, ma non l’ho fatto”. E questo pensiero, se accolto con sincerità, potrebbe cambiare una vita. Ma è difficile. Più facile, invece, è criticare chi ha osato, perché il successo degli altri risveglia il confronto con la propria rinuncia. Ma le persone non sono cieche. Chi è stato ferito, chi ha dovuto ricostruirsi, impara a vedere oltre le parole. Al momento opportuno, quando il velo del giudizio cade, gli sguardi cambiano. Ed è proprio in quei momenti che chi giudicava tace, magari per la prima volta si sente visto per ciò che è realmente, e comprende che quel sorriso tanto disprezzato non era superficialità, ma resilienza – come la definiva Boris Cyrulnik: la capacità di trasformare il dolore in forza creativa. Non si tratta di vendetta, né di superbia. Ma della consapevolezza che il cammino faticoso rende profondi, e chi ha attraversato il buio non ha bisogno di dimostrare niente. Sa solo riconoscere chi non ha avuto il coraggio di rischiare, e comprende – senza giudicare – che a volte, dietro l’arroganza, c’è solo paura di vivere davvero.




 

mercoledì 15 ottobre 2025

Ogni cosa a suo tempo di Vincenzo Isaia

 

Ogni cosa a suo tempo. E’ tutto già pronto per ognuno di noi, occorre solo che noi siamo pronti a ricevere quel che è già nostro Quando impari a lasciare andare, la vita ti porta esattamente dove devi essere. Occorre pazienza. Occorre sapere che viviamo per qualcosa che ci ha da sempre già trovati. Non avere ansia dunque. Sappi aspettare. Il tempo e nel tempo, la morte delle cose lascia spazio ad altre più vere e più nuove e nostre. Aspettare non significa rinunciare. Significa fidarsi. Significa sapere che ogni cosa accade nel momento esatto in cui deve accadere. Quando smetti di controllare, inizi a vedere. E quando impari a vedere, scopri che anche il dolore era un dono. Quell’affare non concluso, quell’imprevisto, quel progetto svanito, quello che allora ti appariva come inaccettabile scoprirai che col tempo era la tua più grande benedizione. Perché non è vero che dobbiamo sforzarci ad esser pronti, perché è quando smettiamo di sforzarci che quello che è stato sempre per noi viene a trovarci. Il tempo è il maestro e il padre della nostra vita. Pensa ad un seme, potrai metterlo nel terreno più fertile, averne estrema cura, ma non potrai obbligarlo a germogliare prima del suo tempo.

Con fiducia, Enzo Isaia




sabato 12 luglio 2025

DONNE TRA IERI E OGGI!

 



Guardando queste giovani ragazze, con la loro compostezza e la serenità che traspaiono da ogni sguardo, ci si ritrova a pensare a un'epoca lontana in cui la crescita personale era intrinsecamente legata a valori che oggi rischiano di essere solo un ricordo. La loro eleganza semplice, senza l’esibizione dell’abbigliamento, senza il bisogno di costanti conferme esterne, rimanda a un’immagine di donna che viveva nell’intimità dell’autosufficienza emotiva. La disciplina e la cura di sé non erano un fardello, ma una forma di rispetto per gli altri e per il mondo che la circondava. C’è una cosa che le ragazze di una volta avevano, un’aura di delicatezza e di autenticità che oggi sembra svanita. Non parlo di un’idealizzazione nostalgica, ma di un aspetto sociale e psicologico che meritava attenzione: la consapevolezza del proprio ruolo, la cura della relazione e una sensibilità che affondava radici in un contesto diverso. Le ragazze di ieri, immerse in una società che, pur con tutte le sue rigidità, insegnava a leggere le dinamiche umane con un certo rispetto per la profondità, sapevano che il valore di una persona non è solo ciò che appare, ma come si sa stare con gli altri, come si sa ascoltare e come si sa scegliere. Oggi, in un mondo che corre a velocità supersonica tra selfie e messaggi istantanei, alcuni di questi valori sembrano scomparsi, o almeno appaiono meno visibili. Non sto dicendo che le ragazze di oggi siano meno capaci di affetto, di riflessione o di sensibilità, ma che forse siamo ormai più lontani da quella figura di donna che si prendeva il tempo per ascoltare, per nutrire le relazioni, per rispettare le sfumature del pensiero e dell’emozione. Il “tempo per sé” oggi sembra ridursi a un’eccezione, non una regola. Come scriveva Simone de Beauvoir, "Non si nasce donna, lo si diventa". Una frase che, pur nell’eco del femminismo, ci ricorda come il ruolo della donna fosse costantemente "costruito" attraverso l’educazione, la cultura e l’esperienza. Le ragazze di una volta non solo accettavano, ma abbracciavano questo processo di formazione, consapevoli che l’essere donna non risiedeva nel semplice essere visibili, ma nel saper esistere nel mondo con dignità e discrezione. In questo periodo, l’educazione sociale aveva un peso enorme. Le famiglie, la scuola, la società stessa insegnavano alle ragazze che il valore di una donna non si misurava in base alla sua bellezza fisica, ma nella sua capacità di creare legami autentici e profondi, nella sua integrità morale e nella sua forza interiore. Non c’era bisogno di apparire in modo eclatante; l’autosufficienza era una virtù. Questo concetto di "valore interiore" è stato esplorato da psicologi come Carl Rogers, che sosteneva che "la vera bellezza è quella che nasce da una persona in pace con sé stessa". Le ragazze di allora sembravano vivere in quest’armonia, lontane dalla frenesia del giudizio sociale, concentrandosi su ciò che veramente conta: il rispetto per sé e per gli altri. In un mondo sempre più invaso dalla superficialità, dominato da social media e da modelli estetici che riducono l’individuo alla sua apparenza esterna, c’è il rischio di perdere questa bellezza che, pur non visibile, è quella che dona solidità e profondità alle relazioni umane. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di tornare a questa riflessione sulla dimensione umana. La velocità con cui oggi ci rapportiamo agli altri, i contatti fugaci e la costante ricerca di approvazione esterna, spesso ci fanno dimenticare che le vere connessioni non nascono da ciò che mostriamo, ma da ciò che siamo disposti a condividere di noi stessi. Non voglio, però, sembrare nostalgico o conservatore. Le ragazze di oggi sono altrettanto forti, intelligenti e capaci di affermarsi nel mondo. La questione non è mai stata di screditare la generazione presente, ma di recuperare, dove possibile, una parte di quell’essenza che si era più visibilmente radicata nel passato. Come affermava Erich Fromm, "L’amore non è un’illusione, ma un atto di coraggio e di impegno". Le ragazze di allora sembravano incarnare questa verità in modo silenzioso, ma potente. Oggi, forse, è più difficile trovarlo, ma non per questo è meno presente.

Queste immagini ci invitano a una riflessione più profonda su ciò che oggi è "dimenticato" nel nostro cammino collettivo. In fondo, la riflessione non sta nel disprezzare l’evoluzione, ma nel recuperare ciò che è stato utile, che ci ha insegnato a essere più completi e più consapevoli di noi stessi. Valori come la pazienza, la cura e la gentilezza sono ancora possibili, anche nell'era del digitale, e a volte è proprio nel recupero di certe sfumature del passato che possiamo tornare a dare un senso più profondo ai nostri legami e al nostro vissuto. Non possiamo ignorare che il mondo è cambiato e che, con esso, sono cambiate anche le modalità di crescita e di espressione. Tuttavia, possiamo ancora, forse, riscoprire il valore della calma, della riflessione e del silenzio interiore come strumenti per vivere meglio. In fondo, come diceva Albert Einstein, "Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato." La bellezza della ragazza di una volta non era mai stata misurata dal suo aspetto, ma dalla sua capacità di essere, senza pretese, una presenza che contribuisce al mondo senza bisogno di segnali esterni di validazione. Perciò, guardiamo a queste immagini non solo con un sorriso nostalgico, ma con l’invito a recuperare quel coraggio silenzioso che ci permette di essere noi stessi, senza bisogno di nulla che venga dall’esterno, prendiamoci un momento per riflettere su ciò che ci è stato insegnato, senza rinunciare a ciò che siamo diventati. Forse è proprio lì che si nasconde il vero equilibrio tra passato e futuro. Questa immagine, quindi, non è un semplice tuffo nel passato, ma una riflessione su ciò che potremmo ancora recuperare dal passato: l’arte di essere umili e autentici, di non perdere la bellezza nella confusione, ma di saperla custodire con dignità.

sabato 7 giugno 2025

"Notte prima degli esami": Avanti tutta, perché il futuro è vostro!!!

 

C'è una canzone che ogni anno, a giugno, ritorna come un rito: "Notte prima degli esami" di Antonello Venditti. E ogni volta che la sento, ritorno anch’io a quella notte: la mia, negli anni '90. Un tempo in cui l'Esame di Stato – la "maturità" – era diverso, o forse era un incubo: tre scritti tosti, commissari esterni tutti, orale infinito si sforava il 16 luglio. Eppure quella notte era uguale a oggi: panico, sogni, speranze, quella canzone di Venditti che sembrava scritta per te. Più lungo, più complicato forse, sicuramente più rigido. sembrava un’udienza pubblica. Eppure, anche allora, come oggi, tremavamo. Quest’anno non sarò interno, in 21 anni di insegnamento ho fatto ogni anno esami, la maggior parte da interno, oggi sarò esterno al Liceo Classico. Ma l’ultimo giorno di scuola ho salutato le mie due quinte, la 5B e la 5M dicendo così: l’esame di maturità è un momento simbolico. È quel salto dove inizi a diventare responsabile di te stesso. È lì che comincia la vera filosofia: chi sei? Dove vuoi andare? Ed è sempre stato – e rimane – un rito di passaggio. Non conta tanto per la sua struttura, quanto per ciò che rappresenta: il primo momento in cui vi si chiede di essere responsabili di voi stessi, di prendere parola, di confrontarvi con la realtà. È un salto. E tutti, chi prima, chi dopo, dobbiamo farlo. Nel film "Notte prima degli esami" di Fausto Brizzi, uno dei personaggi dice: "La maturità non è un voto, è capire chi sei e dove vuoi andare." Ecco, forse è questo il cuore di tutto. Non è l'esame che vi definisce, ma il cammino che scegliete dopo. La maturità non è un momento, ma un processo. Non abbiate paura di sbagliare, ma abbiate il coraggio di cercare senso. E ricordate: maturità non è sapere tutto, è imparare a restare fedeli a sé stessi, anche quando è difficile. Ma sarebbe un errore dire che "era meglio prima" o che "ora è tutto più facile". Ma non fatevi ingannare: non esiste una “maturità facile”. Ogni generazione ha le sue salite, ha le sue fatiche, le sue incertezze.  Oggi i ragazzi affrontano un mondo che cambia ogni minuto (frammentato, veloce, instabile) e con più ansia, più pressione, meno certezze. Devono diventare grandi in un tempo che cambia troppo in fretta, dove spesso manca il tempo per pensare, per respirare. Agli studenti di oggi, voglio dire questo: non sottovalutate il valore simbolico di questo momento. È il vostro spartiacque, il vostro primo vero confronto con la responsabilità. Non abbiate paura: sbagliare, cambiare idea, inciampare fa parte del percorso. E allora: vivete questa "notte prima degli esami" con il cuore aperto, con un po’ di malinconia e tanta speranza. Vi auguro il coraggio di cercare senso, di porvi domande – quelle vere, quelle filosofiche, quelle che nessun algoritmo può risolvere. La maturità, in fondo, è saper restare fedeli a sé stessi anche quando il mondo vi chiede il contrario. In bocca al lupo, ragazzi. Il futuro non è un compito da svolgere, è una scelta da abitare. Avanti tutta, perché il futuro è vostro!!!




domenica 1 giugno 2025

Dalla scuola delle classi pollaio alla scuola come luogo dell’ascolto e del riconoscimento. Quando all’insegnante è chiesto quasi un miracolo!!!!

 

Dalla scuola delle classi pollaio alla scuola come luogo dell’ascolto e del riconoscimento. Quando all’insegnante è chiesto quasi un miracolo!!!!

 

Oggi mi sono imbattuto in un video di Umberto Galimberti (ecco il link https://www.youtube.com/watch?v=qhON9b2Z-lM) sul problema delle classi pollaio. Lo stesso filosofo, psicoanalista afferma: in una classe di 27-30 ragazzi come fai ad insegnare? Insegnare significa capire qual è il tipo di intelligenza di ciascuno. Vi invito a vederlo. Ogni ragazzo, ogni ragazza è un mondo. QUANDO CON NUMERI COSI’ ALTI CI SI RIESCE E’ UN MIRACOLO E ANCHE UNA GIOIA IMMENSA. L’educazione dovrebbe essere l’arte, paziente e umile, di avvicinarsi a quel mondo senza invaderlo, per poi farne emergere le potenzialità. Ma come può un insegnante compiere questo compito con trenta presenze di fronte? Come può vedere chi sta dietro, chi si isola, chi tace, chi urla con comportamenti ciò che non riesce a dire con le parole? Ahimè è una triste realtà!!!! Nel nostro Paese si continua ostinatamente a ignorare una verità tanto semplice quanto dirompente: non si può insegnare davvero in una classe di trenta studenti. Si può tenere l’ordine, si può somministrare nozioni, si può rincorrere programmi ministeriali redatti con l’occhio della burocrazia e non dell’educazione. USO IL TERMINE EDUCARE NEL SUO SENSO PIU’ VERO, NEL SENSO DI EDUCERE DAL LATINO PORTARE FUORI.  Lo stesso vale per la parola insegnare, nel senso etimologico più profondo del termine — lasciare un segno dentro — è un’altra cosa. E ciò che oggi chiamiamo “scuola” rischia di diventare solo il contenitore vuoto di questa illusione. Umberto Galimberti, acuto osservatore delle derive culturali della nostra società, lo ha detto chiaramente: «In una classe con 30 studenti non si può insegnare. Non è possibile seguire ogni singolo alunno, comprenderne la specificità, aiutarlo a sviluppare la propria forma interiore». Anche in un suo testo “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” che lessi anni fa lo dice chiaramente: «la scuola dovrebbe essere un luogo di educazione alla vita, non un carcere della standardizzazione» e lo ripete da anni: «Educare è un compito sacro, ma oggi gli insegnanti sono lasciati soli, ridotti a tecnici del programma, svuotati del ruolo formativo che dovrebbe appartener loro. E questo non per mancanza di volontà, ma per una struttura scolastica malata, che dimentica l’individuo in favore della massa.» Il nodo è tutto qui: non è solo questione pedagogica, ma politica. Ridurre il numero di alunni per classe a 12, massimo 15, come raccomandano ormai da anni studi pedagogici e psicologici, implicherebbe un aumento proporzionale degli insegnanti. E questo, nella logica miope del bilancio, appare un costo insostenibile. Ma ci chiediamo: quale costo paghiamo invece quando un’intera generazione cresce senza sentirsi vista, ascoltata, riconosciuta? Quando i ragazzi arrivano alla fine del ciclo scolastico con il senso che “nessuno ha mai creduto in me”? Quanto ci costa una scuola che fallisce nel suo compito essenziale? In questo quadro, l’insegnante diventa una figura logorata. Non più un maestro di vita, ma un somministratore di verifiche, un controllore d’aula, un esecutore di linee guida ministeriali spesso lontane anni luce dalla realtà umana della classe. E il paradosso è crudele: più alunni ha, più dovrebbe essere presente, ma meno riesce a esserlo. Diventa invisibile, proprio mentre dovrebbe incarnare la presenza per eccellenza. Come dice Galimberti, «quando perdiamo l’anima dell’educazione, tutto si riduce a un meccanismo. Ma l’anima dell’educazione è il dialogo, la relazione, il riconoscimento dell’altro nella sua unicità. Questo non si fa con trenta ragazzi, si fa con dodici, forse quindici.» Il problema non è solo pedagogico, è culturale. Abbiamo accettato l’idea che “funziona lo stesso”, che “i ragazzi si adattano”, che “così fan tutti”. Ma insegnare non è far funzionare un ingranaggio: è toccare vite. E per farlo serve tempo, spazio, presenza. Serve una comunità educante che crede nel valore dell’insegnamento e investe nella qualità, non nella quantità. Finché avremo classi-pollaio, continueremo ad allevare greggi e non persone. Forse dovremmo smettere di chiederci quanto costa avere più insegnanti, e iniziare a chiederci quanto ci costa non averli.





sabato 31 maggio 2025

"Silenzio spezzato: il risveglio tremante della donna del nostro tempo"

"Silenzio spezzato: il risveglio tremante della donna del nostro tempo"


Era il 2000 e conobbi la prof.ssa Pizzo Russo, Psicologia dell'arte e della letteratura, con il prezioso manuale di R. Arnheim. Oggi come spesso succede quando ascolto musica in silenzio ho ricordato quella giornata in cui parlammo in una lezione di Ingres, facendo riferimento all'opera la sorgente. Mi è venuta questa riflessione che rimanda a quel che tristemente oggi assistiamo, a quel "silenzio spezzato: il risveglio tremante della donna del nostro tempo" Pensavo, ai nostri giorni, la sfida è permettere alle donne di essere sorgente sì, ma anche fiume in piena, tempesta, parola. SEMBRA CHE QUALCOSA LE VOGLIA IMMOBILI, (labbra serrate come serrata la giuntura vaginale) il mondo femminile ha bisogno di spazio per fluire con autenticità, come l’acqua che Ingres lascia appena accennare ma che oggi può diventare pienamente visibile. In fondo, come suggerisce Arnheim, ogni opera è una forma visibile di un conflitto interno. Guardare questo dipinto oggi ci aiuta a chiederci: quante donne sono ancora costrette a essere “belle” e “pure”, invece di essere semplicemente se stesse? La sorgente di Ingres sembra, a un primo sguardo, un’ode all’equilibrio e alla bellezza classica. Ma, come ben osservava Rudolf Arnheim, l’opera d’arte autentica non è mai solo forma: è forma carica di significato psichico. E allora, quella figura immobile e perfetta non è solo un corpo, ma una tensione congelata: il femminile visto, idealizzato, trattenuto; ciò che vediamo non è solo una donna che versa acqua, ma l’atto archetipico della psiche che riversa sé stessa nel mondo, cercando equilibrio tra controllo e abbandono. In fondo, la vera sorgente è lo sguardo dello spettatore.
In musica, potremmo accostare questa opera alla trasparente malinconia di Albinoni, nel suo apparente Adagio limpido, ma sotto la superficie vibrano strazianti intensità emotive, che vorrebbero però non essere respinte bensì fluire come l’acqua che scorre dalla brocca, energia e bisogno inevitabile, vitale. Oppure a Debussy, in particolare nella sua "Sirènes" creature imprigionate in un immaginario maschile dissolutivo.
Mi viene alla mente l’Ofelia di Shakespeare, appare dolce e delicata, ma è attraversata da un tumulto psichico profondo, assieme alla ninfa di Ingres, incarnano l’ambivalenza tra innocenza e annichilimento imposto, tra ideale e reale, tra forma e contenuto emotivo. Arnheim parlava dell’arte come “pensiero reso percepibile”: allora forse, ciò che vediamo non è solo una donna che versa acqua, ma l’atto della psiche che riversa sé stessa nel mondo, cercando equilibrio tra controllo e abbandono, e vera possibilità di essere accolta tra le braccia protettive di un uomo. Un uomo che è tale proprio accettando la donna, amandola anche nel suo dissenso. Amandola perchè si ama qualcosa così com'è non certo per possederla, anzi il tentativo è preservarla sfidando pure Dio e l'eternità.




lunedì 26 maggio 2025

“Io ti ascolto”: l’ importanza della musica a scuola.

 

 “Io ti ascolto”: l’importanza della musica a scuola.

Oggi riflettevo su quanto sarebbe opportuno inserire musica, nel senso di estetica musicale in tutti i licei, scuole superiori.

Platone scriveva:

“L’educazione musicale è più potente di ogni altra, perché il ritmo e l’armonia penetrano profondamente nell’anima e la plasmano.”

Mai come oggi la scuola necessita di far leva sull'importanza dell'ascolto attraverso l'ausilio di discipline musicali.

Introdurre la musica e l’estetica musicale in tutte le scuole non è un semplice arricchimento del piano formativo: è un atto profondamente educativo, sociale e culturale. La musica non è solo suono organizzato, ma una forma espressiva che parla direttamente alle emozioni, alla memoria, alla relazione e all’identità. Inserirla stabilmente nella formazione scolastica significa educare all’ascolto, al silenzio e all’alterità. Dal punto di vista didattico e formativo, l’educazione musicale potenzia competenze trasversali come la concentrazione, la disciplina, la coordinazione motoria, l’intelligenza spaziale e l’apprendimento linguistico. Secondo Howard Gardner, ideatore della teoria delle intelligenze multiple, l’intelligenza musicale è una delle forme fondamentali di intelligenza, troppo spesso trascurata nei modelli educativi standard. Introdurre l’estetica musicale significa quindi valorizzare anche quegli studenti che apprendono e si esprimono attraverso forme sensibili e artistiche, spesso non intercettate dai percorsi didattici tradizionali.

Come affermava Oliver Sacks, neurologo e scrittore:

“La musica può aprire porte che altrimenti rimarrebbero chiuse nella mente.”

Saper ascoltare un brano implica la capacità di entrare in contatto con sè stessi e con le emozioni che l’altro — il compositore, l’esecutore — intende comunicare. In un’epoca in cui l’iperstimolazione digitale riduce la soglia dell’attenzione e la capacità di introspezione, la musica educa a rallentare, ad ascoltare senza giudizio e a lasciarsi attraversare da ciò che si prova; non solo ma dal punto di vista psicologico, la musica stimola aree profonde del cervello legate all'emotività, alla memoria e alla regolazione affettiva.

A livello sociale, la pratica musicale crea legami, lo sappiamo bene !!! Perché cantare insieme, suonare in gruppo, anche solo condividere l’ascolto, sviluppa empatia, cooperazione e senso di appartenenza. La musica, per sua natura, non esclude: accoglie ogni cultura, ogni identità, ogni sensibilità. È un linguaggio universale che annulla le barriere sociali e linguistiche. In questo senso, la scuola che promuove la musica promuove anche l’inclusione.

In chiave filosofica, l’esperienza musicale apre all’esperienza del Bello, inteso come ciò che ci mette in relazione profonda con la verità del nostro essere. L’ascolto estetico è un esercizio etico: ci insegna a prestare attenzione, a sostare nel mistero, a lasciarci modificare da ciò che non comprendiamo subito. Schopenhauer sosteneva che musica è terapia dai mali del mondo.

In conclusione, una scuola che include la musica non forma solo esecutori o appassionati, ma persone capaci di ascoltare sé e gli altri, di percepire l’armonia nel disordine, di coltivare sensibilità, pensiero critico ed empatia. E forse, in un mondo sempre più frenetico e frammentato, è proprio da qui che si può iniziare a ricostruire un’umanità più attenta e profonda.




sabato 24 maggio 2025

Musica e lettura, come due ali.

Ogni sera, e soprattutto oserei dire il venerdì e il sabato notte, dato che il giorno dopo non ho scuola, evado nel mio spazio di libertà. A modo mio volo!!!! Suonare il pianoforte è come entrare in un’altra dimensione. Ogni nota che si libera dalle dita sembra accarezzare il silenzio, sciogliere i pensieri, alleggerire il corpo. È uno stato di estasi sottile, una leggerezza che non pesa, ma che solleva. Quando mi immergo nella musica, è come se il tempo rallentasse, come se tutto ciò che è fuori rimanesse sospeso. E dentro di me si accende una luce: quella della rigenerazione. A volte, strimpello anche la chitarra. Basta un accordo, e subito cambia l’aria. È come parlare senza parlare, come lasciar andare ciò che pesa con il tocco leggero delle corde. E poi arriva la notte, e con essa il rito segreto della lettura. Un libro aperto sotto una luce calda, le pagine che scorrono come il fluire di una melodia interiore. Le parole scritte diventano note per la mente, nutrimento per l’anima.

Musica e lettura, come due ali.



venerdì 16 maggio 2025

Musica, parola e psiche: l’armonia nascosta tra filosofia, letteratura e psicologia e le arti.

 

 

Musica, parola e psiche: l’armonia nascosta tra filosofia, letteratura e psicologia e le arti

L’essere umano è un essere musicale, narrativo e riflessivo: canta, racconta, pensa e sogna. Ma queste dimensioni, spesso trattate come discipline separate – filosofia, musica, letteratura, psicologia – sono in realtà profondamente intrecciate. Esse sono modi diversi di avvicinarsi alla stessa realtà: quella dell’anima umana, nella sua ricerca di senso, identità ed espressione. Filosofia e musica sono un pensare attraverso i suoni. La filosofia si è interrogata a lungo sulla natura della musica, già Platone, nella Repubblica, riteneva che la musica fosse fondamentale per l’educazione dell’anima, ma solo se temperata e armonica, capace di riflettere l’ordine cosmico. Per lui, le diverse tonalità musicali influenzano direttamente l’etica e il carattere umano. Nietzsche, invece, afferma che “senza la musica, la vita sarebbe un errore” (Il crepuscolo degli idoli), vedendo nella musica una forza dionisiaca, istintiva e vitale che rompe i confini della razionalità. Ecco allora che la musica classica, con le sue simmetrie, dissonanze e risoluzioni, diventa una metafora del pensiero: Bach è l’armonia dell’ordine, Mahler la malinconia del cosmo, Beethoven l’eroismo tragico dell’esistenza. La musica contemporanea, dal jazz alla techno, continua questa riflessione incarnata: nel jazz l’improvvisazione è l’essere nel tempo; nell’elettronica, il ritmo diventa trance e ripetizione, come l’eterno ritorno nietzschiano.

Così come la letteratura è narrare l’interiorità,  è musica della parola. Ogni stile narrativo ha un ritmo, un tempo, una melodia. Proust, nella sua Recherche, scrive come un compositore: frasi lunghe, strutture che ritornano, ricordi che emergono come temi musicali. Kafka, invece, suona in minore: i suoi racconti sono come preludi in cui il senso sfugge, ma la tensione emotiva resta sospesa.

Molti poeti e scrittori hanno trovato nella musica non solo ispirazione, ma una struttura per rappresentare l’invisibile. Thomas Mann, in Doctor Faustus, fonde filosofia, musica e psiche in un unico affresco. La letteratura, come la musica, lavora con l’inesprimibile, dando voce a ciò che non può essere detto logicamente ma solo evocato.

Nonchè in psicologia è terapia, anzi potremmo dire che si è riscoperto nella musica una via d’accesso privilegiata all’inconscio. La musicoterapia, oggi riconosciuta in ambito clinico, permette di contattare emozioni profonde, preverbali, che le parole non sanno ancora dire. Lo stesso Alcmeone (pitagorico) vide in essa catarsi e purificazione. Freud parlava dell’inconscio come di un teatro interno, ma potremmo anche dire: come di un’orchestra caotica, in cui alcune parti suonano fuori tempo, altre sono silenziate. Il lavoro terapeutico diventa allora una lenta accordatura. Jung, invece, parlava degli archetipi come “strutture musicali” del sé: modelli universali che risuonano nell’esperienza individuale, come una sinfonia che si ripete in infinite variazioni.

Persino le canzoni popolari – dal pop al rap – contengono elementi terapeutici: nomi, storie, emozioni collettive che diventano specchio e conforto. La musica, a qualunque livello, agisce come uno specchio empatico, capace di contenere e trasformare il dolore.

Quando la filosofia cerca il senso, la musica vibra di un’emozione che lo anticipa; quando la letteratura racconta un vissuto, la psicologia lo interpreta; quando la terapia cura una ferita, è anche l’arte a suggerire il balsamo. Non è forse vero che in ogni momento cruciale della vita – amore, lutto, solitudine, gioia – cerchiamo una canzone, un libro, un pensiero per orientarci? Come scriveva Hermann Hesse: “Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: quella di vivere.” Un filosofo che riflette, un musicista che compone, uno scrittore che narra e uno psicologo che ascolta: tutti, in fondo, cercano lo stesso centro. La vita interiore è polifonica, fatta di suoni, parole, simboli ed emozioni. Solo integrando questi linguaggi possiamo davvero avvicinarci a quella verità che non si lascia dire, ma che si lascia sentire.

Basta fare un viaggio nell' Arte e nella sua rappresentazione della stessa psiche, ovvero dell’immagine ed il suo ruolo come specchio dell’inconscio. Tempo fa lessi "ARTE e PERCEZIONE VISIVA" di Rudolf Arnheim il quale è stato uno scrittore, storico dell'arte e psicologo tedesco che può vantare di avere avuto i maestri fondatori della Scuola della Gestalt: Wertheimer, Kohler e Lewin.

L’arte visiva ha da sempre avuto un ruolo centrale nell’esplorazione dell’interiorità. Dalla pittura rupestre alla videoarte contemporanea, l’uomo ha cercato di raffigurare ciò che sente e ciò che immagina, ciò che sogna e ciò che teme. Freud vide nell’arte una sublimazione dei desideri inconsci, mentre Jung interpretava le opere d’arte come manifestazioni simboliche dell’archetipo.

La pittura di Van Gogh è, ad esempio, un urlo silenzioso dell’anima, un’espressione di sofferenza e bellezza fuse insieme. Le forme distorte di Munch, i colori onirici di Chagall, i tagli di Fontana: ognuno di questi è un gesto psichico, un linguaggio preverbale che dialoga direttamente con la nostra emotività.

Il cinema è forse l’arte più psicologica del Novecento. Fondata sul tempo, sullo sguardo e sull’identificazione, questa forma espressiva riproduce sogni a occhi aperti, diventando un teatro della psiche collettiva. I film di Bergman, Tarkovskij, Lynch, e Kubrick non solo narrano storie, ma evocano stati interiori, angosce, dilemmi esistenziali.

Il montaggio cinematografico funziona come l’associazione libera in analisi: connette immagini, emozioni, memorie. Guardare un film significa, spesso, guardarsi dentro. Per questo la psicoterapia si è avvicinata anche alla filmoterapia, usata come strumento per evocare emozioni e riflessioni in modo indiretto ma potente. Il teatro è da sempre luogo di rappresentazione dell’interiorità. Già nella tragedia greca, la catarsi serviva a purificare l’anima attraverso la compassione e la paura. Il palco diventa così uno spazio sacro, in cui i conflitti umani sono messi a nudo. Antonin Artaud, con il suo ‘teatro della crudeltà’, voleva risvegliare lo spettatore dal torpore mentale, usando il corpo e il gesto come strumenti psicologici. Più recentemente, il teatro dell’oppresso di Boal ha usato la drammaturgia come forma di terapia sociale e politica. Anche nella pratica clinica, lo psicodramma riprende la forza del teatro: mettere in scena le proprie emozioni, per conoscerle e trasformarle.





Lezioni di filosofia al triennio liceale quest'anno con il tema " Eros: l'amore che non ha perché".

 Lezioni di filosofia al triennio liceale quest'anno con il tema

"Eros: l'amore che non ha perché".

Quest’anno ho avuto il piacere di vedere un entusiasmo autentico e crescente attorno al tema dell’amore, affrontato con profondità e curiosità dagli studenti di terza, quarta e quinta liceo. È stato stimolante osservare come questo argomento, così antico e al tempo stesso sempre attuale, abbia acceso domande, riflessioni e dialoghi filosofici ricchi di senso. Vedere i ragazzi confrontarsi con i pensieri di Platone, Agostino, Ficino, Pascal, Nietzsche, la stessa Psicanalisi, e tanti altri, per poi collegarli alla propria esperienza, è stato uno dei momenti più belli del mio percorso di insegnante quest’anno. Dalle loro verifiche scritte emerge chiaramente nonchè da i confronti avvenuti in classe e soprattutto in una terza con la scatola delle domande dove il tema dell'innamoramento e dell'eros è stato ricorrente. Il taglio è stato questo, almeno così ho declinato gli autori studiati. Ci si innamora senza motivo. L'eros non segue la logica, non chiede permesso alla ragione. È un’esperienza che nasce dal profondo, da quelle zone dell’anima che sfuggono al controllo. Ogni volta che proviamo a spiegare perché amiamo qualcuno, stiamo già entrando nella dimensione della mente razionale — quella che analizza, confronta, giudica — e l'amore, quando viene messo sotto la lente della logica, inizia lentamente a morire. In realtà, ci innamoriamo quando un'altra persona tocca inconsapevolmente qualcosa di irrisolto dentro di noi. Come direbbe Jung, l'altro diventa portatore della nostra ombra, del nostro inconscio. Non amiamo l’altro per ciò che è, ma per ciò che risveglia in noi. È una chiamata dell’anima a diventare interi. La psicologia ci insegna che l’eros non nasce dalla completezza, ma dalla mancanza. È quella crepa interiore, quel vuoto che ci abita e ci spinge verso l'altro. Ma attenzione: non è un bisogno da colmare. È un richiamo a trasformarci, a ritrovare parti di noi che avevamo dimenticato. Per questo l’amore vero fa paura: ci disarma, ci costringe a lasciare andare le maschere, a rinunciare al controllo.
Pascal lo dice con chiarezza: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. E Platone, nel Simposio, racconta che Eros è figlio della povertà e dell’ingegno: desiderio e tensione verso l’alto. Nietzsche lo chiamava “una follia divina”. E Emily Dickinson, poeticamente, lo definiva “tutto ciò che esiste”. Amare non è comprendere. È lasciarsi attraversare. In fondo, l’amore non si capisce: si vive. E solo quando smettiamo di capire, iniziamo davvero ad amare.


sabato 3 maggio 2025

"AI e Scienze Cognitive: Analisi dei Rischi e delle Opportunità" Prof. Vincenzo Isaia

 



"AI e Scienze Cognitive: Analisi dei Rischi e delle Opportunità"

Prof. Vincenzo Isaia



Domande poste:

  1. Come descriveresti il settore della comunicazione negli anni 70 e quali erano i mezzi di comunicazione dell'epoca?
  2. La qualità della comunicazione è migliorata sotto molti aspetti, ma ha anche perso qualcosa lungo il cammino.
  3. Il linguaggio è cambiato profondamente sia a livello culturale che filosofico, seguendo l'evoluzione della società, dei media e del pensiero critico. Ecco una sintesi dei principali cambiamenti
  4. Quali sono a tuo avviso le condizioni attuali di questo settore lavorativo?
  5. Secondo te quale sarà il futuro di questo settore considerando anche l'impatto della intelligenza artificiale?
  6. Per un professore per uno psicologo questi due lavori possono essere sostituiti dai robot un giorno?
  7. Secondo te quali lavori nel settore della comunicazione spariranno nel futuro e sostituiti con intelligenza artificiale?
  8. Che consiglio daresti ai giovani per sviluppare una comunicazione più consapevole e responsabile?




 

È molto improbabile che le professioni del professore e dello psicologo vengano completamente sostituite dall'intelligenza artificiale, almeno in un futuro parzialmente prevedibile. Tuttavia, alcuni aspetti di questi ruoli potranno essere automatizzati. Il professore, ad esempio, potrà usare l'IA per spiegare concetti, fornire esercizi personalizzati o correggere compiti. Ciò che l'IA non potrà mai fare è motivare, ispirare, creare relazioni autentiche e dinamiche di classe. Non potrà utilizzare il canale dell'empatia, fondamentale per il ruolo formativo e per riconoscere le difficoltà psicologiche degli alunni. Il vero compito del docente è usare i saperi per stimolare il pensiero critico, la creatività autentica e il dialogo.

 

Allo stesso modo, uno psicologo potrà usare l'IA per analizzare dati comportamentali o somministrare test, ma non potrà mai ascoltare in profondità con empatia vera, cogliere le sfumature emotive, le contraddizioni interiori o il linguaggio non verbale (aspetto centrale, ad esempio, nella programmazione neurolinguistica). È impossibile che l'IA guidi percorsi terapeutici profondi: può essere uno strumento di supporto o un filtro iniziale, ma non potrà mai sostituirsi alla relazione terapeutica e all'alleanza terapeutica.

 

Il consiglio che darei ai giovani è: comunica per costruire, non solo per esprimerti. Oggi comunicare è facile e immediato, ma una comunicazione consapevole e responsabile è ciò che rende protagonisti della propria esistenza. Nella consapevolezza di ciò che comunichiamo c'è un'attenzione meravigliosa verso l'esistenza umana, un'intenzione tipicamente umana e la capacità di avere un pensiero divergente e senso critico. Rifletti prima di parlare o postare. Sii empatico, non in senso persuasivo, ma mettendoti davvero nei panni dell'altro per comprendere, non solo per vincere una discussione. Verifica le fonti, coltiva l'ascolto attivo, cura il linguaggio (anche quello digitale) e impara a comunicare con strumenti diversi. Come diceva Wittgenstein: abbi il coraggio di tacere quando serve.

 

Le condizioni attuali del settore della comunicazione sono complesse e in continua evoluzione, piene di opportunità ma anche di grandi sfide. Tra i punti di forza ci sono l'espansione dei media digitali, che ha creato una domanda continua, la multidisciplinarità e l'internazionalizzazione. Le competenze comunicative sono richieste a livello globale, con la possibilità di lavorare in remoto con aziende di tutto il mondo. Inoltre, c'è un fortissimo impatto sociale: la comunicazione gioca un ruolo centrale nel plasmare l'opinione pubblica, costruire reputazioni e influenzare comportamenti, un aspetto che non possiamo sottovalutare.

 

Riguardo al futuro della comunicazione e al ruolo dell'intelligenza artificiale, è ovvio che ci sia un aspetto tecnologico potenziato, che però non è sempre umanamente guidato con la giusta consapevolezza. Sorge quindi il tema dell'etica della comunicazione: come integrare l'IA senza perdere autenticità, valori e senso critico? L'IA diventerà protagonista dell'evoluzione della comunicazione, automatizzando contenuti e compiti ripetitivi o tecnici (sintesi, traduzioni, email, marketing di base). È già in grado di generare testi, immagini e campagne pubblicitarie. Tuttavia, questo non sostituirà mai la creatività, l'empatia, il pensiero critico e la prospettiva emotiva umana. La comunicazione verrà iper-personalizzata, creando messaggi su misura in tempo reale, rendendola più efficace ma anche più invasiva. Emergeranno nuovi ruoli professionali ibridi, come analisti di dati comunicativi o "ethical communicator", con il rischio costante di una perdita dei valori prettamente umani.

 

Comprendere se la comunicazione sia migliorata o peggiorata non è semplice. È diventata più potente e accessibile, ma parlare di miglioramento in termini di qualità e chiarezza riguarda una prospettiva etica e di consapevolezza. I miglioramenti riguardano la velocità, l'accessibilità, la varietà dei canali (dai social alle videochiamate), l'interattività e la personalizzazione tramite algoritmi. I peggioramenti e i rischi, però, sono evidenti: siamo sovraccaricati di informazioni, spesso superficiali e non verificate, con il fenomeno delle fake news. C'è uno sfondo di distrazione: i messaggi sono brevi e veloci, ma mancano di profondità e riflessione. Gli algoritmi rischiano di creare polarizzazione e "bolle sociali", limitando il confronto tra opinioni diverse. La conseguenza più grave è la perdita della comunicazione autentica: il digitale ha ridotto, in parte, la bellezza del dialogo faccia a faccia.

 

Da una prospettiva culturale e filosofica, il linguaggio è sempre stato considerato l'elemento attivo che plasma la realtà, il veicolo di pensieri e il collante delle relazioni sociali. È la nostra visione del mondo, il nostro "esserci" (per dirla con Heidegger). A livello culturale, la comunicazione odierna è più inclusiva, con un'attenzione all'uso di un linguaggio rispettoso verso le differenze di genere, etnia, orientamento e disabilità. È più informale, diretta, influenzata dalla tecnologia e dalla globalizzazione, ed è ipermediale e visiva: le parole sono accompagnate da immagini e video, trasformando la comunicazione in un'esperienza multimediale.

 

A livello filosofico, partendo dal poststrutturalismo di Derrida, sappiamo che il linguaggio non ha significati fissi, ma cambia secondo il contesto. Questo ci dà una maggiore consapevolezza sull'ambiguità del linguaggio, spingendoci verso un'ermeneutica soggettiva e la critica delle autorità. Come evidenziato da Bourdieu e Foucault, il linguaggio veicola ideologie e forme di potere. In psicologia si dice spesso che "noi siamo le parole che ci diciamo": il linguaggio non esprime solo il pensiero, ma lo crea, costruendo l'identità personale e collettiva.

 

Ripercorrendo la storia, negli anni '70 il settore della comunicazione era in una fase di grande trasformazione e consolidamento, segnando l'inizio della globalizzazione dell'informazione. Fu un periodo di forte impatto culturale, politico e sociale. I mezzi principali erano la televisione, la radio, i giornali, le riviste, il cinema e il telefono fisso, utilizzati in modo molto diverso da oggi. La caratteristica di quel periodo fu la massima centralizzazione del controllo: la comunicazione era dominata da pochi grandi attori, statali o privati, in particolare nella televisione e nella stampa. I media avevano un ruolo cruciale nella formazione dell'opinione pubblica e nella diffusione delle ideologie; senza di essi non si sarebbero avuti movimenti sociali di quelle dimensioni, né la percezione globale di eventi come la guerra del Vietnam o le crisi politiche.

 

Fu anche il periodo dell'espansione della pubblicità, che divenne una componente centrale della comunicazione e della vita quotidiana, sia in tv che sulla carta stampata, caratterizzata da un'estetica artistica e cartacea tipica del tempo. Infine, fu il periodo della cultura pop globale, in cui la musica assunse un fortissimo impegno ideologico, diventando a tutti gli effetti uno strumento comunicativo e formativo.

 


Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

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