domenica 1 giugno 2025

Dalla scuola delle classi pollaio alla scuola come luogo dell’ascolto e del riconoscimento. Quando all’insegnante è chiesto quasi un miracolo!!!!

 

Dalla scuola delle classi pollaio alla scuola come luogo dell’ascolto e del riconoscimento. Quando all’insegnante è chiesto quasi un miracolo!!!!

 

Oggi mi sono imbattuto in un video di Umberto Galimberti (ecco il link https://www.youtube.com/watch?v=qhON9b2Z-lM) sul problema delle classi pollaio. Lo stesso filosofo, psicoanalista afferma: in una classe di 27-30 ragazzi come fai ad insegnare? Insegnare significa capire qual è il tipo di intelligenza di ciascuno. Vi invito a vederlo. Ogni ragazzo, ogni ragazza è un mondo. QUANDO CON NUMERI COSI’ ALTI CI SI RIESCE E’ UN MIRACOLO E ANCHE UNA GIOIA IMMENSA. L’educazione dovrebbe essere l’arte, paziente e umile, di avvicinarsi a quel mondo senza invaderlo, per poi farne emergere le potenzialità. Ma come può un insegnante compiere questo compito con trenta presenze di fronte? Come può vedere chi sta dietro, chi si isola, chi tace, chi urla con comportamenti ciò che non riesce a dire con le parole? Ahimè è una triste realtà!!!! Nel nostro Paese si continua ostinatamente a ignorare una verità tanto semplice quanto dirompente: non si può insegnare davvero in una classe di trenta studenti. Si può tenere l’ordine, si può somministrare nozioni, si può rincorrere programmi ministeriali redatti con l’occhio della burocrazia e non dell’educazione. USO IL TERMINE EDUCARE NEL SUO SENSO PIU’ VERO, NEL SENSO DI EDUCERE DAL LATINO PORTARE FUORI.  Lo stesso vale per la parola insegnare, nel senso etimologico più profondo del termine — lasciare un segno dentro — è un’altra cosa. E ciò che oggi chiamiamo “scuola” rischia di diventare solo il contenitore vuoto di questa illusione. Umberto Galimberti, acuto osservatore delle derive culturali della nostra società, lo ha detto chiaramente: «In una classe con 30 studenti non si può insegnare. Non è possibile seguire ogni singolo alunno, comprenderne la specificità, aiutarlo a sviluppare la propria forma interiore». Anche in un suo testo “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” che lessi anni fa lo dice chiaramente: «la scuola dovrebbe essere un luogo di educazione alla vita, non un carcere della standardizzazione» e lo ripete da anni: «Educare è un compito sacro, ma oggi gli insegnanti sono lasciati soli, ridotti a tecnici del programma, svuotati del ruolo formativo che dovrebbe appartener loro. E questo non per mancanza di volontà, ma per una struttura scolastica malata, che dimentica l’individuo in favore della massa.» Il nodo è tutto qui: non è solo questione pedagogica, ma politica. Ridurre il numero di alunni per classe a 12, massimo 15, come raccomandano ormai da anni studi pedagogici e psicologici, implicherebbe un aumento proporzionale degli insegnanti. E questo, nella logica miope del bilancio, appare un costo insostenibile. Ma ci chiediamo: quale costo paghiamo invece quando un’intera generazione cresce senza sentirsi vista, ascoltata, riconosciuta? Quando i ragazzi arrivano alla fine del ciclo scolastico con il senso che “nessuno ha mai creduto in me”? Quanto ci costa una scuola che fallisce nel suo compito essenziale? In questo quadro, l’insegnante diventa una figura logorata. Non più un maestro di vita, ma un somministratore di verifiche, un controllore d’aula, un esecutore di linee guida ministeriali spesso lontane anni luce dalla realtà umana della classe. E il paradosso è crudele: più alunni ha, più dovrebbe essere presente, ma meno riesce a esserlo. Diventa invisibile, proprio mentre dovrebbe incarnare la presenza per eccellenza. Come dice Galimberti, «quando perdiamo l’anima dell’educazione, tutto si riduce a un meccanismo. Ma l’anima dell’educazione è il dialogo, la relazione, il riconoscimento dell’altro nella sua unicità. Questo non si fa con trenta ragazzi, si fa con dodici, forse quindici.» Il problema non è solo pedagogico, è culturale. Abbiamo accettato l’idea che “funziona lo stesso”, che “i ragazzi si adattano”, che “così fan tutti”. Ma insegnare non è far funzionare un ingranaggio: è toccare vite. E per farlo serve tempo, spazio, presenza. Serve una comunità educante che crede nel valore dell’insegnamento e investe nella qualità, non nella quantità. Finché avremo classi-pollaio, continueremo ad allevare greggi e non persone. Forse dovremmo smettere di chiederci quanto costa avere più insegnanti, e iniziare a chiederci quanto ci costa non averli.





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Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

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