Dalla scuola delle
classi pollaio alla scuola come luogo dell’ascolto e del riconoscimento. Quando
all’insegnante è chiesto quasi un miracolo!!!!
Oggi mi sono
imbattuto in un video di Umberto Galimberti (ecco il link https://www.youtube.com/watch?v=qhON9b2Z-lM)
sul problema delle classi pollaio. Lo stesso filosofo,
psicoanalista afferma: in una classe di 27-30 ragazzi come fai ad insegnare?
Insegnare significa capire qual è il tipo di intelligenza di ciascuno. Vi
invito a vederlo. Ogni ragazzo, ogni ragazza è un mondo. QUANDO CON NUMERI COSI’
ALTI CI SI RIESCE E’ UN MIRACOLO E ANCHE UNA GIOIA IMMENSA. L’educazione
dovrebbe essere l’arte, paziente e umile, di avvicinarsi a quel mondo senza
invaderlo, per poi farne emergere le potenzialità. Ma come può un insegnante
compiere questo compito con trenta presenze di fronte? Come può vedere chi sta
dietro, chi si isola, chi tace, chi urla con comportamenti ciò che non riesce a
dire con le parole? Ahimè è una triste realtà!!!! Nel nostro Paese si continua
ostinatamente a ignorare una verità tanto semplice quanto dirompente: non si
può insegnare davvero in una classe di trenta studenti. Si può tenere l’ordine,
si può somministrare nozioni, si può rincorrere programmi ministeriali redatti
con l’occhio della burocrazia e non dell’educazione. USO IL TERMINE EDUCARE NEL
SUO SENSO PIU’ VERO, NEL SENSO DI EDUCERE DAL LATINO PORTARE FUORI. Lo stesso vale per la parola insegnare, nel
senso etimologico più profondo del termine — lasciare un segno dentro — è
un’altra cosa. E ciò che oggi chiamiamo “scuola” rischia di diventare solo il
contenitore vuoto di questa illusione. Umberto Galimberti, acuto osservatore
delle derive culturali della nostra società, lo ha detto chiaramente: «In una
classe con 30 studenti non si può insegnare. Non è possibile seguire ogni
singolo alunno, comprenderne la specificità, aiutarlo a sviluppare la propria
forma interiore». Anche in un suo testo “L’ospite inquietante. Il nichilismo e
i giovani” che lessi anni fa lo dice chiaramente: «la scuola dovrebbe essere un
luogo di educazione alla vita, non un carcere della standardizzazione» e lo
ripete da anni: «Educare è un compito sacro, ma oggi gli insegnanti sono
lasciati soli, ridotti a tecnici del programma, svuotati del ruolo formativo
che dovrebbe appartener loro. E questo non per mancanza di volontà, ma per una
struttura scolastica malata, che dimentica l’individuo in favore della massa.» Il
nodo è tutto qui: non è solo questione pedagogica, ma politica. Ridurre il
numero di alunni per classe a 12, massimo 15, come raccomandano ormai da anni
studi pedagogici e psicologici, implicherebbe un aumento proporzionale degli
insegnanti. E questo, nella logica miope del bilancio, appare un costo
insostenibile. Ma ci chiediamo: quale costo paghiamo invece quando un’intera
generazione cresce senza sentirsi vista, ascoltata, riconosciuta? Quando i
ragazzi arrivano alla fine del ciclo scolastico con il senso che “nessuno ha
mai creduto in me”? Quanto ci costa una scuola che fallisce nel suo compito
essenziale? In questo quadro, l’insegnante diventa una figura logorata. Non più
un maestro di vita, ma un somministratore di verifiche, un controllore d’aula,
un esecutore di linee guida ministeriali spesso lontane anni luce dalla realtà
umana della classe. E il paradosso è crudele: più alunni ha, più dovrebbe
essere presente, ma meno riesce a esserlo. Diventa invisibile, proprio mentre
dovrebbe incarnare la presenza per eccellenza. Come dice Galimberti, «quando
perdiamo l’anima dell’educazione, tutto si riduce a un meccanismo. Ma l’anima
dell’educazione è il dialogo, la relazione, il riconoscimento dell’altro nella
sua unicità. Questo non si fa con trenta ragazzi, si fa con dodici, forse
quindici.» Il problema non è solo pedagogico, è culturale. Abbiamo accettato
l’idea che “funziona lo stesso”, che “i ragazzi si adattano”, che “così fan
tutti”. Ma insegnare non è far funzionare un ingranaggio: è toccare vite. E per
farlo serve tempo, spazio, presenza. Serve una comunità educante che crede nel
valore dell’insegnamento e investe nella qualità, non nella quantità. Finché
avremo classi-pollaio, continueremo ad allevare greggi e non persone. Forse
dovremmo smettere di chiederci quanto costa avere più insegnanti, e iniziare a
chiederci quanto ci costa non averli.

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