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Che cos’è la resilienza e come metterla in atto.
Resilienza è una parola che ultimamente si sente e si utilizza spesso. Ma cosa si intende davvero con questo concetto? Siamo forse tutti resilienti? Un bambino può essere resiliente? In psicologia, la resilienza è la capacità di resistere, fronteggiare e riorganizzare positivamente la propria vita dopo aver subito un evento negativo. Non si tratta, quindi, di una mera resistenza passiva, di una reazione inconsapevole e automatica, bensì di una risposta cosciente, di una ricostruzione che si traduce in potenzialità e prospettive di crescita. L’individuo resiliente non è colui che ignora o nega le difficoltà, e neanche le minimizza. Al contrario, è colui che riesce ad andare avanti, con una forza rinnovata, con una più approfondita e consapevole conoscenza di sé. Vi sono alcune caratteristiche individuali e sociali che rendono più probabile una risposta resiliente. Tra queste, un ruolo importante è giocato dall’ottimismo, che non deve essere inteso come tentativo di banalizzare o sminuire le avversità ma, al contrario, come la capacità a considerare i problemi una componente inevitabile e ineliminabile della vita.
Quali gli obiettivi di un resiliente?:
- Sviluppare la sicurezza e l’equilibrio per gestire se stessi in modo costruttivo anche nelle situazioni difficili
- Saper dare il necessario sostegno a se stessi e ai colleghi
- Impegnarsi intenzionalmente a rendersi fisicamente e mentalmente più sani, lucidi ed efficienti
- Dimostrare determinazione e perseveranza nelle avversità mantenendo il focus sugli aspetti di positività e soddisfazione
- Tenere sotto controllo i fattori di stress a favore dell’efficacia e del benessere professionale
Impegno, controllo e gusto per le sfide sono caratteristiche della persona di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivati e incoraggiati. Per questo, la resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo, essa presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque. Perché si usa il termine resilienza? Molto usata nella versione inglese “resilience”, significa “capacità di resistenza”, “capacità di recupero rapido”, “elasticità”. In Italiano il termine “resilienza” veniva usato finora soprattutto per designare la qualità fisica di certi materiali di non rompersi in seguito a un urto violento.
Qual è il verbo di resilienza?
Resilienza è la capacità umana di passare attraverso eventi complessi, drammatici o spiacevoli senza esserne indeboliti e trasformandoli invece a proprio vantaggio. Competizione agguerrita, cambiamenti organizzativi, relazioni faticose, pressione su tempi e risultati, apparenti battute d’arresto nella carriera… essere resilienti significa adattarsi ai possibili futuri cambiamenti o a quelli già in essere, siano questi lavorativi o personali, avere le capacità per andare avanti e accedere a nuove risorse, affrontando in maniera positiva gli eventi e riorganizzandosi, magari in un modo sconosciuto prima dell’avvenimento. Come molti vocaboli scientifici, resilienza ha un'origine latina: il verbo resilire si forma dall'aggiunta del prefisso re- al verbo salire 'saltare, fare balzi, zampillare', col significato immediato di 'saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi', ma anche quello, traslato, di ' ...
E’ possibile individuare alcune componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza.
· L’ottimismo. La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi.
· L’autostima. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.
· La robustezza psicologica. Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
· Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto. Il soggetto ottimista, però, a differenza del pessimista, interpreta le difficoltà come transitorie, e non permanenti; come circoscritte, e non pervasive a tutti gli ambiti di vita; infine, come non unicamente dipendenti dalla sua responsabilità, bensì come frutto del concorso di più variabili, alcune delle quali fuori dal suo controllo.

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