venerdì 11 ottobre 2024

Filosofia, psicologia clinica e approccio terapeutico? Perché assieme? Ecco a mio parere perché !!!

 

Filosofia, psicologia clinica e approccio terapeutico? Perché assieme? Ecco a mio parere perché !!!

«Non esiste una realtà vera, ma tante realtà quante se ne possono inventare» affermava Oscar Wilde.


In effetti non esiste certezza alcuna, nessuna verità ineluttabile, soprattutto quando filosofia e psicologia creano il tessuto di un intervento terapeutico in molti dei disagi e delle trappole psicologiche in cui cadiamo. Ovviamente, o meglio, può esistere soltanto una conoscenza idonea, ovvero utile e funzionale che ci permette di gestire le realtà con le quali interagiamo, come la percepiamo, soprattutto quando si parla di disagio psichico. Questa è prassi funzionale, che consegue ad un approccio di intervento strategico e paradossalmente breve. Si ha avuto la convinzione che quando si tratta di psicopatologie o disagi psicologici che si portano da anni ed anni, di contro, anche l'intervento dovrebbe durare anni. Non penso, credo nella terapia breve, ma strategica, che mira ai modi più funzionali di agire nei confronti di una realtà che appunto non è mai definitivamente vera, nel bene e nel male, poiché essa è il frutto dei punti di vista da noi assunti, abiti assunti come dei nostri strumenti conoscitivi e del nostro modo di comunicare, ed è li che a mio parere bisogna agire, ecco perché credo che filosofia e ascolto psicologico o intervento terapeutico debbano essere un sigillo per la terapia strategica, con tutto il rispetto di quello che più è noto, come quello cognitivo-comportamentale, sistemico-familiare, gestalt o di analisi transizionale. La terapia breve strategica si indirizza verso il perfezionamento della nostra consapevolezza operativa: ossia della nostra capacità di gestire strategicamente la realtà che ci circonda. Perché è utile la filosofia? Chiedetelo al filosofo Epitteto affermava «non sono le cose in sé che ci preoccupano, ma l’opinione che noi abbiamo di esse». Kant nella sua Critica della ragione pura asseriva che molto spesso gli esseri umani scambiano i risultati del loro modo di definire, derivare o classificare i concetti per le cose in sé. Nell’antico buddismo Zen si hanno due concezioni di verità: la verità di essenza e la verità di errore. La più comoda che spesso si trasforma in malessere. Malgrado io sia uno psicologo clinico, lotto per il messaggio di una terapia che deve uscire dalle solite scuole quadriennali, che dia luce alla PNL, alla strategico-interazionista, alla terapia breve. Si perché quelle verità di errore non sono il dramma, ma è in esse che troviamo la stessa guarigione. Come disse Jung: la soluzione è lì, in quel che più ti ha spezzato le gambe, e ti ha recato dolore, in ciò che ti ha fatto cadere, in quel che tu ritieni la tua peggiore paura; invece, quelle parziali verità, soprattutto lo ripeto, quelle che abbiamo creduto come trappole, sono occasioni che si costruiscono nel rapporto con le cose terrene per incrementare la nostra capacità di gestirle. Ed è li il dramma lì il segreto. Noi esseri umani, nella migliore delle ipotesi, possiamo perfezionare la nostra capacità d’inventare e fare «verità d’errore», la «verità per la guarigione».




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Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

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