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L’importanza della storia per una generazione soggiogata dall'eterno presente
L’uomo è un essere storico, immerso e situato nel tempo e nello spazio: noi esistiamo qui e adesso. Heidegger sviluppò particolarmente il concetto di Da-sein, l’esser-ci, laddove il ci sta a simboleggiare uno spazio ideale tra il qui e il lì: questo esser-ci, questo ente privilegiato è l’uomo, che in quanto essere gettato nel mondo, è innanzitutto situato in un hic et nunc. L’uomo è dunque per necessità sempre connesso ad una temporalità, ed è perciò solamente nella storia che può realizzarsi l’Essere. Lo studio della storia è importante perché con essa si capisce la trilogia “chi siamo, cosa vogliamo, dove vogliamo andare”, con l'aggiunta che visti gli errori del passato è possibile non commetterli in futuro. Conoscere la storia, quindi il nostro passato, ci fa più ricchi, consci e responsabili.
Dove si apprende la storia? Sui banchi di scuola innanzitutto e poi la si può approfondire informandosi, leggendo libri, dibattendo con altre persone o andare a visitare luoghi teatro di momenti storici.
La scuola però dovrebbe iniettare nei giovani nozioni e far comprendere l'importanza della storia, spiegando nel dettaglio i fatti, le cause e le conseguenze, lo studio dei principali personaggi storici ed insegnare valori per i quali molti nostri connazionali hanno perso la vita. Peccato che questo compito è svolto a mezzo servizio, visto che in terza media e nell'ultimo anno di superiori è quasi impossibile arrivare ai giorni nostri. Il motivo principale è la carenza di tempo, un altro è spingersi solo alla fine del secondo conflitto mondiale, parlando del successivo dopo guerra mondiale con molta leggerezza come se non ci appartenesse.
A detta di molti, la storia non si ripete, ma dobbiamo riflettere sul nostro passato, onde evitare che non si possano ripetere errori ed orrori (uno su tutti, l'Olocausto). Ad esempio l'Europa è un continente che ha capito dai suoi sbagli (grazie anche ai suoi cittadini) che fare le guerre non è una cosa positiva: dal 1945 a oggi, in Europa gli unici conflitti (anche se territorialmente circoscritti) sono stati la guerra nella ex Jugoslavia (1991-1995), in Kosovo (1996-1999) e la crisi ucraina del 2014. Mettiamoci anche il conflitto ceceno (1994-1996, 1999-2009) e quello della Georgia (agosto 2008). Più indietro nel tempo il nostro continente è stato la culla delle due guerre mondiali, delle guerre balcaniche, della guerra russo-giapponese e franco-prussiana e delle guerre d'Indipendenza che hanno portato alla nascita del Regno d'Italia. Per non parlare delle guerre precedenti. E non a caso oggi l'Europa è il continente più avanzato del Mondo, più ricco e spazioso in cui si muovono l'Unione europea e l'euro, la moneta unica usata in diciannove Paesi e da 337 milioni di persone.
La storia è nostra, è umana, ci appartiene, volenti o nolenti. Capire gli eventi del passato è utile, importante anche se non fa curriculum. Ma se non si capisce “da dove arriviamo” non possiamo essere dei buoni cittadini, perché lo studio della storia permette di capire il nostro presente e ciò che circonda. In Italia, come ovunque.
La storia è identità, in quanto la fonda, la plasma: noi siamo ciò che siamo innanzitutto per ciò che siamo stati, perché l’uomo è situato in un divenire incessante nel quale le esperienze scandiscono l’unità della nostra soggettività. La storia però, in quanto tale, concerne la totalità del reale e degli eventi, non solamente i singoli individui. Per questo così come fonda l’identità del soggetto, fonda anche l’identità dei popoli, degli Stati, di ogni essere storico che diviene nella temporalità.
fonte: Il Foglio
Uno studio sempre più superficiale della storia, il poco tempo riservato alle lezioni nelle scuole, e i continui tentativi di ridimensionamento e riscrittura dei manuali di storia, rischia di intaccare ancor di più le radici del nostro Paese e della nostra cultura. Un’Italia senza Risorgimento non può esser compresa. Un’Italia senza il fascismo, la Resistenza, il terrorismo, la mafia, sarebbe un Paese indecifrabile.La storia ti aiuta a comprendere, a mettere in relazione cose diverse. Sopprimendola si diventa schiavi inconsapevoli“. La storia diventa mezzo di redenzione per uscire da quell’eterno presente che schiaccia l’individuo, ormai situato in una contemporaneità onnipervasiva, in cui esiste unicamente il presente, l’attimo, l’istante, in cui si dimentica il passato e si smette di pensare al futuro. L’immediatezza e la precarietà dell’esistenza alle quali l’uomo post-moderno è soggiogato lo sciolgono da ogni vincolo e legame, incastrandolo in un piano esistenziale privo di dimensioni, in cui il primo ad esser sacrificato e vanificato è il progetto, laddove esso è l’unico mezzo di realizzazione tanto individuale quanto sovraindividuale e dunque nazionale.
La storia come terreno di verifica e comprensione del presente
Lo studio della storia diviene necessario per la comprensione delle nostre radici, dei nostri errori, delle nostre passioni e opinioni, del nostro orientamento progettuale. La storia come terreno di verifica delle posizioni filosofiche e politiche, come tribunale della ragione, intesa come facoltà di pensiero, che collauda e sperimenta nel suolo non più ideale ma reale della nostra esistenza. Per questo dimenticare il passato, prima ancora di esporci ad erronee decisioni e situazioni già vissute, e dunque ad eventuali derive, e già confutate dalla realtà storica, è innanzitutto dimenticare ciò che siamo, è obliare la nostra identità.
Analizzando
l’evoluzione sociale e storica possiamo comprendere il presente, poiché tutto segue un filo storico ben
preciso. La storia è dunque una bussola che ci orienta, grazie alla quale
comprendiamo dove stiamo andando. E in questo contesto è la storia contemporanea
che in prima linea deve venir studiata, nella misura in cui in essa si
ritrovano le radici del mondo come lo è oggi. Quella storia contemporanea che
inizia dalla Rivoluzione del 1789 passando per il Risorgimento, le due Grandi
guerre, la Guerra fredda, il ’68, il terrorismo, le crisi medio-orientali, fino
ai giorni nostri. E ciò è valido in maggior misura per l’Italia, paese giovane,
che trova la sua unità proprio nel corso dell’Ottocento e la completerà
territorialmente con la prima guerra mondiale, vista da molti come una sorta
di quarta guerra d’indipendenza.Alzi la mano chi, durante il proprio percorso di studi, non si è
annoiato a ricordare date ed eventi storici da esporre al docente di turno
durante un'interrogazione o un esame. A tutti almeno una volta è capitato di
dover studiare a memoria un evento storico, le cause che lo hanno
contraddistinto e le conseguenze.
Eppure lo studio della storia è importante. E
tanto. Ma non solo per prendere un bel voto o per mantenere la media
all'università, perché la storia, come dice un detto latino, è magister
vitae: la storia è maestra di vita. E lo è per il fatto che, nonostante sia
considerata in alcune casi inutile o una perdita di tempo, è la nostra vita.
Noi dipendiamo dalla storia, dalle scelte di alcuni politici del passato, dalle
vittorie o dalle sconfitte nelle guerre, da perdite ed acquisizioni di
territori. E poi basta andare in giro nelle nostre città: tutto è storia. Dai
monumenti ai dipinti nelle chiese, dai ponti ai castelli, dalle basiliche alle
strade, siamo circondati dalla storia.
E poi noi in Italia di storia ne sappiamo
qualcosa: culla dell'arte, dell'architettura, della scienza, della musica e
della buona cucina. Nonché Paese di santi, poeti e navigatori. Ogni nostra città
è ricca di storia, di monumenti, documenti che richiamano nel nostro Paese
milioni di turisti, la quasi totalità straniera e proveniente da Paesi a noi
lontani che però non esitano a fotografare tutto, mentre magari noi a malapena
sappiamo chi ha costruito la basilica del Duomo di Firenze, il Colosseo, la
basilica di San Pietro o la torre di Pisa. Ma qual è la storia da studiare? La
antica (3.500 a.C–476 d.C.), la medievale (476-1492), la moderna (1492–1815) e
la contemporanea (1815-oggi) o partire dalla preistoria?
La storia è una materia importante, se non
fondamentale, nella vita di uno studente. Eppure c'è un qualcosa che non va: è
praticamente impossibile che nelle scuole si superino gli anni Cinquanta del
Novecento e quando questi sono superati, alcuni temi come la nascita della
nostra repubblica, il dopoguerra, il miracolo economico, la Guerra fredda e la
storia dell'integrazione europea sono trattati solo di passaggio. Il problema
quindi è della scuola media e superiore, perché all'università ci sono materie
storiche specifiche dove in poche ore a disposizione si tratta un argomento
specifico. Programmi scolastici obsoleti o carenza di tempo? Entrambi i casi,
ma se si arriva a spiegare anni successivi alla Seconda guerra mondiale
significa che l'insegnante o ha fatto di corsa il programma (quindi
tralasciando cose importanti o trattando tutto in maniera molto blanda) o si è
focalizzato su pochi argomenti importanti ed è riuscito ad arrivare fino al
crollo del Muro di Berlino.
La colpa è tutta degli insegnanti? Assolutamente
no, perché nelle classi gli allievi stanno dalle cinque alle sei ore
giornaliere, 30 ore settimanali, 130 ore mensili. Il resto? Ci sono le
famiglie, che dovrebbero impartire ai propri figli “lezioni”, con discorsi
durante i pasti, durante le vacanze o nei salotti delle proprie case. Perché è
nelle famiglie che vengono impartite le nozioni importanti ai figli, anche
storiche.
Il discorso sull'importanza dello studio della
storia sta facendo capolino nel nostro Paese con due fatti diversi, accaduti
questa estate, ma legati tra loro dall'apologia di fascismo. In particolare il
ddl Fiano (sul divieto di propagandare “immagini o contenuti del partito
fascista o nazionalsocialista tedesco o delle loro ideologie”, nonché Il
divieto di fare il saluto romano e propagandare sul web ideologie fasciste e
naziste) e il caso della spiaggia “fascista” di Chioggia, in Provincia di
Venezia.
In base alla legge 20 giugno 1952, n. 645 (legge
Scelba) “si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una
associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del
partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di
lotta politico o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla
Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della
Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla
esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito
o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista” e, in base agli
articoli 2 e 4, “chiunque promuove od organizza sotto qualsiasi forma la
ricostituzione del disciolto partito fascista a norma dell'articolo precedente
e' punito con la reclusione da tre a dieci anni” oppure “chiunque con parole,
gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al
disciolto partito fascista e' punito con l'arresto fino a tre mesi o con
l'ammenda fino a lire cinquantamila”*. La legge è questa e va rispettata. Punto
e basta.
Un problema sono anche i social network, che da
strumenti di condivisione stanno diventando sempre più un luogo dove molti
utenti scrivono inneggiando a momenti della nostra storia molto deprecabili,
sperando in un ritorno di esponenti del Ventennio e del nazionalsocialismo.
Nessuno vieta nel proprio intimo di essere vicini alle cause del fascismo, ma è
vietato inneggiarle scusandole. Si stanno facendo petizioni affinché ci sia più
controllo su ciò che le persone pubblicano, condividono e scrivono arrivando
anche alla chiusura degli account per arrivare all'arresto.
E' proprio il nostro Paese ha dal 26 aprile 1945
ai giorni nostri un problema con il fascismo: incostituzionale e vietata la sua
ricostruzione, dalla fine della guerra l'Italia non ha chiuso i conti con il
suo passato. Ma la colpa non è del sistema Italia, la colpa è di chi professa
questo “credo”, facendo proselitismi per aver voti, creare confusione e portare
allo spasmo l'opinione pubblica gettando benzina su tematiche molto calde.
Si dice che la storia non si possa ripetere, ma
di questo passo qualche problema potrebbe esserci. Per carità non deve mai
esistere un pensiero unico, ma è ottimale un pensiero rispettabile anche se non
condiviso, anche se in questi ultimi tempi si sta soffiando molto sul fuoco.
Eppure nelle scuole si parla del passato
italiano tra gli anni Venti-Quaranta, si sono scritti libri, sono stati girati
film e documentari, si fanno visite nei luoghi dove si sono svolte le peggior
amenità del Novecento. Si potrebbe fare di più, ma capita che alcune voci non
siano ascoltate e siamo qua, nell'estate 2017, a parlare di soggetti che
elogiano e difendono periodi bui della nostra Storia.
Di chi è la colpa allora? Di tutti e di nessuno,
perché la storia ed il suo studio sono insegnati a tutti, ma sono personali,
intimi. E qua entra in campo un'altra parola che, nel nostro contesto, fa rima
con “storia”: la memoria.
La memoria, in campo storico, sta a significare
il ricordo di fatti ed eventi che hanno caratterizzato un qualcosa e che il suo
ricordo è vivo ancora oggi. I nostri nonni sono, ad esempio, delle vere memorie
storiche: chi più di loro può saperne di più sulla guerra, visto che in molti
hanno combattuto o hanno visto i propri fratelli e parenti andare al fronte e,
in alcuni casi, non tornare più a casa?
“Un popolo senza memoria è un popolo senza
futuro”, diceva giustamente lo scrittore cileno Luis Sepúlveda. E aveva
ragione: se non si vogliono ripetere gli errori del passato, i cittadini ed i
governanti dovrebbero studiare i manuali di storia dalla prima all'ultima
pagina. Perché, come si dice, “sbagliare è umano ma perseverare è diabolico”.
I cittadini devono sapere cosa sono storia e
memoria, perché entrambe fanno parte delle nostre origini. Ma non si parla solo
di fatti accaduti, ma anche di capire gli usi e i costumi delle nostre città,
province e regioni. Un qualcosa che ereditiamo dai nostri nonni e che dobbiamo
far comprendere (ed apprezzare) ai nostri nipoti. Tutto questo per sconfiggere
il grande nemico di storia e memoria, l'oblio.
I fatti della memoria sono importanti perché non
solo vanno studiati a scuola, ma si devono analizzare tutti i giorni, perché la
memoria “fisica” non è eterna, dura fino alla morte del soggetto in questione
(es. i sopravvissuti dei campi di sterminio). La storia, inoltre, aiuta gli
studenti a comprendere meglio gli esseri umani e sé stessi come individui, in
quanto rappresenta anche lo studio dell'homo sapiens e di tutte le sue
sfaccettature.
La storia può anche ispirare gli studenti, in
quanto possono riferirsi ad eventi storici per superare le difficoltà, oppure
può permettere loro di dare un senso alla loro vita.
Perché le persone che sanno la storia e che
hanno memoria sono destinate a seguire le parole che scrisse Dante nel canto
XXVI dell'Inferno della Divina commedia: “fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza”. Vivere per comprendere virtù e
conoscenze, altrimenti si rischia di essere delle cattive persone.
E nella conoscenza, rientrano la storia e la
memoria. Ecco l'importanza dello studio della Storia: conoscere, capire,
comprendere. Non dimentichiamocelo e magari vivremo meglio.


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