Oggi in
classe durante l’ultima lezione su Nietzsche e anticipando la lezione di
domani, ovvero su Freud e la nascita della psicanalisi, tra volontà di potenza
e coraggio del superuomo (oltreuomo), è venuto spontaneo chiedersi ma perché è
così difficile essere felici e apportare cambiamenti nella propria vita. E VISTO
CHE DOMANI INIZIEREMO Freud, mi sono permesso di condividere con i ragazzi quel
che ho appreso durante il percorso abilitante in psicologia clinica, ovvero di
psicoterapia strategica, dove tanto si è parlato di resistenza alla terapia.
Che cos’è? Beh Freud l’aveva ben intuito, ovvero nella psicoterapia
psicoanalitica ci si riferisce al termine resistenza per indicare un particolare
atteggiamento del paziente, che si esprime nella seduta con una certa
disposizione mentale ed emotiva a rifiutare l'osservazione e la riflessione
profonda e accurata. La maggior parte di noi non ha il coraggio di
essere felice perché questo richiede un cambiamento. Questo è il motivo per cui
alcune persone scelgono di vivere una vita miserabile o infelice, perché essere felici richiede cambiamenti impegnativi!
Tutti i problemi sono problemi di relazione
interpersonale. Una volta che impari a lasciare andare i compiti degli altri, come
la loro opinione su di te, e a concentrarti su te stesso ti libererai di un
sacco di stress inutile. Ognuno di noi ha i propri scopi e fini e non dovremmo
interferire e intrometterci nei compiti altrui. Riassumo la conversazione con
alcune domande poste dai ragazzi in classe. Insomma cito Adler per fare un
accostamento con la volontà di potenza in Nietzsche e per far comprendere che
da domani inizieremo Freud, la psicanalisi, ma che non riusciremo a parlare di
Jung e soprattutto di Adler che personalmente adoro. Ecco il dialogo
ricostruito per quello che ricordo e che è avvenuto in classe.
Allievo D: Non capisco. In
primo luogo, come fai a stabilire quale sia il mio compito? Lei diceva con
Nietzsche di divenire ciò che sei.
IO R: C’è un modo semplice per
stabilire di chi sia il compito: chiedersi chi sia il destinatario del
risultato prodotto dalla scelta fatta. Bisogna capire che siamo unici e
insostituibili. E che non bisogna ricercare riconoscimenti dagli altri, ma solo
concentrarsi sui propri compiti e sul contributo che noi possiamo dare agli
altri e alla società, ma prima di tutto a noi stessi, in nome del sé, di ciò
che si è. Se abbiamo bisogno che altre
persone interferiscano con noi, ci riconoscano o celebrino i nostri risultati,
siamo preoccupati di ciò che gli altri pensano di noi e non di chi vogliamo
veramente essere. In altre parole tempo fa ho scritto su Nietzsche dando il
titolo “Dal profondo per l’indipendenza emotiva”, e poi ne scrissi un altro con
un titolo che la dice lunga “Realizza quel che sei, il sentiero del sé”. Questa
idea si riduce alla libertà, o addirittura anche al coraggio di non piacere. Perché
non possiamo né dobbiamo piacere a tutti. Si tratta di non aver bisogno del
riconoscimento, della ricompensa o della convalida degli altri per sentirci
felici. Si tratta di saper essere assertivi, di avere cura, la sana cura di sé.
Certo non nego che l’approvazione degli altri è una cosa di cui essere
orgogliosi, ma sarebbe sbagliato dire che è indispensabile. La domanda giusta è
chiedersi: perché si vuole essere lodati dagli altri?
Chi mi risponde. Risponde un
altro allievo.
ALLIEVO: Perché è per mezzo
degli altri che sai di valere veramente. È grazie all’approvazione altrui che
abbiamo la sensazione di valere qualcosa e che riusciamo a cancellare il senso
d’inferiorità, imparando ad avere fiducia in te. Così non mi sento inferiore a
nessuno.
IO: Ahiiiii, attento caro. Se cerchi
approvazione negli altri e ti preoccupi solo del loro giudizio, in fin dei
conti vivi la vita degli altri, o peggio si rischia di pensare che la nostra
esistenza, il nostro vivere debba a seguire le aspettative di chi vuole che tu
sia un certo tipo di persona. In altre parole, getti via il tuo sé e vivi la
vita di altri.” Nietzsche, lo stesso Adler urlerebbero!!! (Risata collettiva in
classe).
ALTRO ALLIEVO: ma io fino ad
ora mi riferisco sempre al passato a quello che non ho saputo fare, alle mie
indecisioni, e anche al fatto di avere avuto svantaggi di partenza. Ho una
conferma da quando sono piccolo. E penso che sia normale?
IO: Il tuo passato non
determina il tuo futuro. Un altro concetto di cui parla Nietzsche con il
concetto di storia (non monumentale o antiquaria) ma del senso critico, è
quello che il tuo passato non determina il tuo futuro. In latino con Seneca è
più chiaro “hic et nunc, qui e ora questo è ciò che hai e sei”.Ecco perché cari
ragazzi, ahime la campana sta per suonare, ma ci tengo a concludere le lezioni
su Nietzsche così: possiamo cambiare chi siamo in qualsiasi momento. Anche se
ti è successo qualcosa di brutto nella vita, non significa che la tua vita sarà
brutta, ma puoi riconoscere che hai tu la scelta su come rispondere a quanto accaduto.
Amor fati, quindi. E per farlo occorre agire. Solo così sarete liberi di
essere, di poter partorire la vostra pianta. A domani.

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