venerdì 11 maggio 2012

Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Adriana Cavarero (1997), Feltrinelli, Milano

  

 

 

 


 

Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Adriana Cavarero (1997), Feltrinelli, Milano

 

"Non "che cosa" è ciascuno, ma chi" è, questa è una frase di Hanna Arendt che mi è rimasta tatuata nell'anima. Adriana Cavarero, l'autrice di questo libro, sostiene una cosa per cui tutti viviamo, o forse ne abbiamo la speranza, il fatto che ogni essere umano desidera ricevere da un altro il racconto della propria storia. Solo gli altri possono scorgere il disegno di un'identità nel corso della sua esistenza e raccontarla. Sarebbe bello essere raccontati dagli altri e vivere questo racconto di presenza. Spesso invece lo facciamo quando qualcuno non c'è più. Questo libro è un viaggio che passa da Hannah Arendt, Edipo, Borges, Ulisse, Rilke, Euridice, Sheherazade, in ognuno possiamo trovare come uno specchio in cui riconoscerci.  “Una celebre pittura vascolare illustra Edipo di fronte alla Sfinge nell'atto di risolvere l'enigma. Egli non parla, indica col dito sé stesso. La risposta non è verbale e non nomina l'Uomo, bensì consiste nella tacita parola ‘io’.” Adriana Cavarero comincia così, a partire dalla raffigurazione disegnata su un oggetto domestico e di pertinenza femminile, preverbale, a interrogarsi, come donna che ama la conoscenza, a proposito del famoso comando delfico tanto caro alla filosofia maschile, del “gnothi se auton”: fra la ricerca edipica di un'irripetibile identità e il principio socratico di valenza universale, il sapere di non sapere, che “comanda che la particolarità di ognuno, ossia l'unicità dell'esistente umano, sia inconoscibile”. “La categoria di identità personale postula sempre come necessario l’altro”: l’identità non ha solo un carattere proprio e oggettivo, bensì ha sia un carattere espositivo, l’uomo si manifesta e si espone agli altri, che relazionale, nell’ambiente circostante è impossibile non instaurare rapporti interpersonali. “Si appare sempre a qualcuno, non si può apparire se non c’è nessun altro”. Ogni individuo, volente o nolente, sa di essere un “sé narrante, immerso nell’autonarrazione spontanea della sua memoria”. Ogni individuo si vive mediante la propria storia, mediante i ricordi, senza che questo processo sia necessariamente cosciente. Ad ogni modo, il Sé narrabile non viene definito come il prodotto della storia di vita raccontata dalla memoria, non è una costruzione, bensì corrisponde alla pulsione narrativa della memoria. Tra identità e narrazione ci sarebbe, inoltre, un profondo rapporto di desiderio. Il racconto viene desiderato in quanto si ha bisogno dell’unità donata all’identità, unità che deriva dalla narrazione della propria storia. Cercando le radici della frattura che separa questi due registri discorsivi della conoscenza — il sapere definitorio, che riguarda l'universalità dell'Uomo, e la narrazione, che ha la forma di un sapere biografico e che compete all'identità irripetibile dell'uomo — riconduce il divergere di filosofia e narrazione alla maschera di Edipo: proprio a partire dalla risposta di Edipo alla Sfinge — verbale e non verbale — “io, l'Uomo”, l'alternativa mortale tra la Sfinge ed Edipo si rivela in realtà l'alternativa mortale fra l'Uomo astratto e l'unicità concreta. “Nella sentenza ‘io, l'Uomo’, è precisamente la realtà dell'io a morire”, ed allora inevitabilmente Edipo si imbatterà nella verità della sua nascita, non casualmente, ma per il desiderio di “nascere alla sua ‘vera’ identità attraverso il racconto altrui della sua storia”. Il disegno non è ciò che guida fin dall'inizio il percorso di una vita, bensì ciò che tale vita si lascia dietro, senza poterlo mai prevedere e neanche immaginare. Ogni essere umano è un essere unico, è un esistente irripetibile che, per quanto corra disorientato nel buio mescolando glia accidenti alle sue intenzioni, non ricalca mai le medesime orme di un altro, non ripete mai il medesimo percorso, non si lascia mai dietro la medesima storia. Anche per questo le storie di vita vengono narrate e ascoltate con interesse, perché sono simili e tuttavia nuove, insostituibili e inattese, dall'inizio alla fine. La vita non può essere vissuta come una storia, perché la storia viene sempre dopo, risulta: è imprevedibile e impadroneggiabile, proprio come lavita. Chi cammina sul terreno non può vedere la figura che i suoi passi si lasciano dietro, gli è necessaria un'altra prospettiva.

Al mostro che domandava quale fosse l'animale che cammina prima con quattro gambe, poi con due e, infine, con tre, Edipo ha risposto: l'uomo. Troppo nota è la forma de discorso platonico per non suggerirci qui perfette assonanze. Cos'è il giusto, il bello, l'uomo, è nell'opera platonica, la domanda dell'universale che sollecita in risposta una definizione. È insomma forma della filosofia: sembra che Edipo si riveli quindi filosofo. Rispetto al canone platonico, la Sfinge ha però composto con lui un discorso filosofico dalla dinamica rovesciata. Prima è venuta la definizione in forma interrogativa, poi, come risposta, il suo oggetto. O Edipo o la Sfinge devono morire, lui divorato dal mostro, lei precipitata nell'abisso. È il segreto del suo sapere sull'Uomo che tiene in vita il mostro. Non è certo la definizione a essere il lato micidiale dell'enigma. Ciò che decide chi deve vivere o morire è invece la risposta, ossia l'Uomo. La Sfinge , ovviamente , già la conosce: il suo sapere è completo. Indovinando la risposta e componendola con la domanda, Edipo si appropria precisamente di tale sapere. Nel passaggio dal segreto dl mostro alla parola umana, essa non perde il suo effetto micidiale. Sembra dunque che ci sia qualcosa di costitutivamente mostruoso nel sapere sull'Uomo. Nell'Uomo sta il vero marchio del mostro. L'Uomo appunto: un universale che è tutti proprio perché non è nessuno, un'ibrida creatura generata dal pensiero. Una celebre pittura vascolare illustra Edipo di fronte alla Sfinge nell'atto di risolvere l'enigma. Egli non parla, indica col dito stesso. La situazione è davvero paradossale. Quando ancora egli non sa chi egli è, Edipo si riconosce nella definizione dell'Uomo, più che un paradosso, sembra allora, l'ennesimo gioco crudele del mostro. Perché è proprio in quanto egli non sa chi è, che Edipo può identificarsi con l'uomo su cui verte la definizione. Poiché Edipo non sa affatto chi è o, meglio, crede di saperlo ma si inganna, là dove l'universale pretende realtà a scapito dell'unicità, egliè già nella posizione più adatta. L'alternativa mortale della sfida, tra Sfinge ed Edipo, è dunque anche l'alternativa mortale tra l'Uomo astratto e l'unicità concreta. Nella sentenza "io, l'Uomo", è precisamente la realtà dell'io a morire. Sembra quindi necessario che, per l'efficacia filosofica dell'enigma, Edipo non sappia ancora chi egli stesso è. Sofocle, il pubblico ateniese e ovviamente noi, invece, lo sappiamo benissimo: anzi, siamo tenuti a saperlo con dovizia di particolari. La scena presuppone la conoscenza del mythos che da tempo immemorabile narra la storia di Edipo. Il mito è capace di narrare all'un tempo la "vera" storia di Edipo,  ossia  la  storia  di  chi  egli  è,  e  la  storia  "falsa"  che  glielo  fa  ignorare.  La  morte  di  Laio  è contemporaneamente  l'omicidio  di  uno  sconosciuto  e  un  parricidio,  l'unione  con  Giocasta  è contemporaneamente un legittimo matrimonio e un incesto. Ciò che regge la doppia narrazione è la sua nascita: di cui egli ignora la verità che il mito invece conosce. Egli non s'imbatte casualmente nella verità della sua nascita, bensì la cerca. E viene a conoscere la sua identità dal racconto esterno che altri gli fanno. Per Edipo è cominciata l'avventura della narrazione. Come sappiamo, si tratta di un'avventura dall'esito infelice. Dalla narrazione altrui, Edipo viene a sapere della sua vera nascita e perciò della sua vera storia. Edipo non sa chi è perché ignora la sua nascita, solo il racconto della sua nascita può quindi svelargli la storia di cui egli è protagonista. Conoscere se stesso, per Edipo, significa conoscere la sua nascita, perché lì la sua storia è cominciata. Sempre, infatti, la storia di vita di qualcuno comincia dove comincia la sua vita

 

 

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