martedì 8 maggio 2012

La “Sindrome dell’assedio”: paura dell’altro, del diverso.

 

 

 

La “Sindrome dell’assedio”: paura dell’altro, del diverso.

https://www.puntopsi.it/perche-il-diverso-ci-fa-paura/

https://psiche.santagostino.it/teoria-attaccamento/

La paura per tutto ciò che è diverso ed insolito è normale, così normale che la sperimentiamo per la prima volta alla tenera età di 8 mesi. Eh si, orientativamente intorno agli 8 mesi i bambini sviluppano una reazione di paura nei confronti delle persone estranee. Se già precedentemente erano in grado di riconoscere una persona come sconosciuta, solo intorno agli 8 mesi iniziano a provarne paura. Ovviamente si tratta di una reazione innata con un preciso significato evolutivo. Come suggerisce John Bowlby, eminente psicologo ed ideatore della teoria dell’attaccamento, l’estraneità viene identificata come segnale di pericolo e contemporaneamente l’attaccamento nei confronti della madre si rafforza: questo tipo di sviluppo è indispensabile alla sopravvivenza della specie. Oggi più che paura del diverso stiamo assistendo al propagarsi di una vera e propria “Sindrome dell’assedio”. Chi sperimenta questa condizione psicologica, infatti, vive nella convinzione che lo straniero nel nostro paese è sempre più presente. La paura di essere assediati, nello specifico, ci convince del fatto che queste persone sono arrivate con la convinzione di portarci via il lavoro, gli usi, i costumi, la famiglia..in una parola sola la nostra identità! Sebbene spesso crediamo di riuscire perfettamente a gestire le emozioni contrastanti che derivano da queste paure, la cronaca oggi ci mostra che non è sempre così. Ed ecco che in maniera del tutto inconsapevole ci troviamo a sperare che gli stranieri che giungono nei nostri territori via mare muoiano, che le barche affondino ed ancor peggio a giustificare chi compie azioni violente nei confronti degli stranieri. La “psicologia sociale” focalizza la propria attenzione sullo studio empirico di come i pensieri, i sentimenti e i comportamenti delle persone subiscano l’influenza della presenza reale, immaginaria o implicita di altre persone ( Allport. 1985), in riferimento a ciò, molto spesso l’essere umano manifesta una certa dose di paura rispetto a tutto ciò che viene rappresentato dal  “diverso”. Diverso è il colore della pelle, l’orientamento sessuale, nonché il credo religioso, che possono suscitare una serie di emozioni negative con una conseguente reazione di disprezzo. Ma questo meccanismo cognitivo che avviene in gran parte spontaneamente, è il risultato della cosiddetta “categorizzazione sociale” che si presenta come un processo cognitivo, capace di dividere il mondo sociale in vere e proprie “categorie”, che a loro volta accentuano la percezione delle differenze o delle somiglianze. E’ altrettanto vero che alla base di tale processo di categorizzazione, troviamo la formazione del “pregiudizio” che può assumere significati diversi, tutti in qualche modo collegati alla nozione di preconcetto o “giudizio prematuro”, basato su argomenti pregressi e/o su una loro indiretta o generica conoscenza. Di solito, purtroppo i pregiudizi partoriscono atteggiamenti ostili e di discriminazione, verso tutto ciò che è “diverso”. Non a caso nell’ambito della psicologia sociale, vengono indicati dei meccanismi conseguenziali ai pregiudizi  ben precisi, quali ad esempio “la profezia che si auto-avvera” che si verifica quando eventuali supposizioni su persone, finiscono per influenzare l’interazione con la stessa, modificandone il comportamento, che risulterà essere più vicino alle nostre attese, ( ad es. esiste il pregiudizio che indica come il comportamento di un migrante, sia di solito ostile e piuttosto violento, motivo per il quale, ci si potrà rivolgere nei suoi confronti in modo poco gentile, spingendolo a sua volta ad adottare un atteggiamento che confermi le aspettative iniziali ). Altro meccanismo conseguenza dei pregiudizi, corrisponde alla “minaccia dello stereotipo” in cui gli individui oggetto di stigma sociale ( fenomeno sociale che attribuisce connotazioni negative a membri di comunità in modo da declassarlo a livelli inferiori) sono consapevoli di poter essere giudicati e trattati secondo degli stereotipi ( opinioni rigidamente precostituite e generalizzate, non acquisite sulla base di esperienze dirette e che prescindono dai singoli casi, ma su persone o gruppi sociali “Wikipedia” ) e inconsapevolmente possono rafforzare col proprio comportamento quegli stessi stereotipi. Psicologicamente, “la paura del diverso” corrisponde ad una sorta di modalità difensiva, nella quale viene attivata l’ansia, rispetto a ciò che è ignoto e che avvia un percorso percettivo di pericolosità, poiché potrebbe modificare l’equilibrio della propria identità personale. In realtà, la carta vincente deve essere rappresentata dall’incontro con gli altri, dal costruttivo confronto e dal superamento dei propri timori mentali, contenendo quanto più possibile eventuali risvolti negativi. La paura del diverso è quell’insieme di emozioni negative e sfavorevoli innescate quando ci si trova davanti a persone con caratteristiche differenti rispetto alle proprie, come il colore della pelle, il credo religioso o l’orientamento sessuale. Nonostante vi è la tendenza a credere che il disprezzo per il diverso sia solo dovuto da cattiveria e poca umanità, tali atteggiamenti hanno anche a che fare con il modo in cui funziona la mente umana, che cerca sempre di difendersi dal mondo esterno e di definirsi. Un meccanismo cognitivo spontaneo su cui si radica la discriminazione del diverso è la categorizzazione, cioè quel processo cognitivo che elabora le informazioni provenienti dall’ambiente, permettendo di suddividere oggetti, eventi e persone in categorie mentali. Se tale processo da un lato è fondamentale, perché sentirsi parte di un gruppo permette di conoscere bene sé stessi, costruire la propria identità e ridurre l’incertezza, dall’altro comporta relazioni conflittuali o di discriminazione verso gruppi differenti, i quali vengono visti come pericolosi o da evitare. La categorizzazione sociale è il processo che sta alla base della formazione del pregiudizio, cioè un tipo di atteggiamento sfavorevole e ostile verso un gruppo sociale e i suoi membri, dominato dall’abbondante uso di stereotipi. Tali pregiudizi possono allora innescare una serie di atteggiamenti di discriminazione, attacco e odio verso il cosiddetto “diverso”, che si evincono da modi di dire, barzellette, slogan ma anche da semplici atteggiamenti, messi in atto il più delle volte in maniera inconsapevole. Ad esempio, spesso, è facile accorgersi come, quando per strada si incontra una persona di colore, si tende a cambiare percorso, a stringere a se la borsa, quasi a difenderla da eventuali furti, o a rivolgersi ad essi in maniera ostile. La psicologia sociale elenca una serie di meccanismi che sono conseguenza dei pregiudizi. Tra questi sono descritti la profezia che si auto-avvera e la minaccia dello stereotipo. La prima si verifica qualora supposizioni su una persona influenzano l’interazione con lei, cambiandone il comportamento, il quale risulterà così allineato alle nostre aspettative. Ad esempio, in seguito al pregiudizio secondo cui un migrante è ostile e aggressivo, ci si può rivolgere nei suoi confronti in maniera poco garbata, spingendolo a sua volta a rispondere duramente e confermando le aspettative iniziali. Con la minaccia dello stereotipo, invece, gli individui stigmatizzati sono consapevoli che gli altri possono giudicarli e trattarli in maniera stereotipata e inavvertitamente possono rafforzare col proprio comportamento quegli stessi stereotipi. Oltre ad avere a che fare con la categorizzazione mentale, che è uno dei processi che stanno alla base del nostro funzionamento cognitivo, la paura del diverso è anche una modalità difensiva. Infatti vari studi hanno dimostrato che quando ci si trova davanti un individuo diverso da se, a livello psicologico vengono attivati dei meccanismi simili a quelli che si verificano a livello biologico in seguito all’incontro di agenti estranei, ritenuti dannosi alla salute: il sistema immunitario protegge il corpo da eventuali alterazioni patogene. Analogamente avere davanti ad una persona considerata diversa, come uno straniero, implica l’attivazione di una certa quantità di ansia, derivante dalla minaccia che qualcosa di esterno e differente da sé possa mutare l’equilibrio interno e la propria identità sociale. Questo meccanismo può dar vita a due tipi di reazione: una condizione di “eccessiva uguaglianza”, ovvero la consapevolezza che lo straniero è assolutamente identico a sé o, appunto la paura di ciò che è ignoto e sconosciuto, percepito come pericoloso. Pur trattandosi di due situazioni antitetiche, la conseguenza è la stessa: il radicarsi di un’assoluta omogeneità o di un eccessiva diversità causa l’irrigidimento delle due parti, che non considerano la possibilità di mettere in atto cambiamenti positivi attraverso l’incontro tra differenze. Il nostro modo di agire e di pensare in relazione a queste persone è fortemente ancorato alla paura o meglio al pregiudizio. I pregiudizi non si basano sui fatti, ma sono espressioni di opinioni comuni che non cambiano anche se i fatti dicono altro. È sempre un atteggiamento negativo di chiusura e di rifiuto nei confronti di chi appartiene a un gruppo che non è il nostro. In psicologia gli stereotipi sono proprio gli aspetti sui quali si fonda il pregiudizio: false credenze legate a quella che viene considerata una minoranza. Un processo psicosociale che porta alla discriminazione di chi non è come noi, di chi è diverso da noi e che, inevitabilmente, genera una totale mancanza di empatia verso l’altro così diverso da noi. Quanto può essere profonda, intensa, dissennata, l’angoscia che muove il migrante a impegnare nel viaggio per l’Europa tutto il denaro che riesce a racimolare (e che nel suo paese basterebbe a mantenere la famiglia per più anni), rischiare la propria vita e quella dei suoi bambini, sapendo che se gli va bene approderà in una specie di gabbia di contenzione, e la sua Odissea sarà ancora lunga? Questa angoscia per noi è letteralmente incomprensibile, insondabile. Non c’è nulla nella nostra esperienza che ce la renda accessibile, che ci permetta di identificarci. Non è come se il nostro vicino di casa ci chiedesse rifugio perché il suo appartamento è in fiamme o qualcuno minaccia di ucciderlo: lo aiuteremmo, perché un incendio o un assassinio sono ancora eventi alla nostra portata, mentre non arriviamo a poter pensare lucidamente l’enormità di quello che masse intere di migranti patiscono nei paesi d’origine, se osano una fuga, una sfida al destino, ai nostri occhi così disperata, suicida, e almeno apparentemente folle. La paura per il diverso si è evoluta insieme all’uomo e, di conseguenza, insieme al suo modo di rappresentare la realtà. Il termine straniero, ad esempio, in origine significava nemico (dal latino hostis = ostile); in seguito fu sostituito dal termine hospes, ospite e non più nemico. “People are strange” – Strano. Cosa vuol dire la parola strano? Letteralmente significa diverso, differente, insolito e fuori dal comune. Il termine ha però una connotazione negativa, infatti la stranezza è una differenza che suggerisce/implica qualcosa di sbagliato: un discorso strano non preannuncia niente di buono. Strano deriva dal latino ‘extraneus’ (‘extra’ = fuori, di fuori) cioè colui che è di un’altra patria o paese, ossia straniero. Quindi etimologicamente ‘strano’ è l’aggettivo che caratterizza lo ‘straniero’. Per definizione lo straniero è strano. Come cantava Jim Morrison, ‘People are strange when you’re a stranger’ (La gente è strana quando sei uno straniero). ‘Differente’, scritto in cinese, fa paura! – L’ideogramma cinese (yì) significa differente, strano, insolito, straniero (ma solo riferito ad un posto). Ogni ideogramma ha una storia e questa ha ben più di 2000 anni! L’attuale versione semplificata risale ad un carattere arcaico che raffigura una persona che indossa una maschera spaventosa (la testa è identica a quella del carattere usato per la parola ‘demone’) e che muove la mani in aria. Differente e strano. Anche qui per definizione ciò che è differente è negativo, anzi fa proprio paura! In conclusione, la paura per la diversità sembra proprio appartenere alla natura umana. È però importante comprendere fino a che punto questo tipo di paura è adattivo e utile e quando diventa disfunzionale. Se il ‘bambino’ continuasse anche a 18 anni ad avere la stessa paura di fronte ad un estraneo avrebbe dei seri problemi nella socializzazione. Allo stesso modo, se un popolo ritenesse tutti gli stranieri per definizione spaventosi avrebbe grosse difficoltà nelle relazioni internazionali e dei problemi di tipo razziale o etnico al suo interno. Ma questi sono solo esempi estremi. Per ciascuno di noi, quando è che l’innata paura per la diversità smette di essere adattiva e funzionale e diventa un fardello inutile e dannoso, per noi e per gli altri.

 

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Psicologia & Filosofia Prof. Vincenzo Isaia

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